Il MuMe: la fabbrica, il tempo e la città

 

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Evviva, abbiamo aperto il Museo! Ci sono voluti 109 anni dal sisma, 104 anni dal primo progetto di Valenti, 64 anni dalla costituzione del primo nucleo nella ex filanda,  61 e 56 anni dai progetti dei funzionari statali, 41 dal primo progetto finanziato dalla cassa del Mezzogiorno a firma di Carlo Scarpa e Roberto Calandra poi dimenticato; poi 34 anni di tempo tra  l’appalto concorso vinto dalle imprese D’Andrea-Edilfer con il progetto architettonico di Fabio Basile, Manganaro e De fiore per  la costruzione  dell’involucro; 26 anni sono passati  dall’inizio del successivo progetto di riconfigurazione e allestimento interno dell’architetto Virgilio con la direzione museale Cicala Campagna e poi ancora altri 11 per i completamenti e adeguamenti portati avanti dall’architetto Anastasio con la direzione museale Barbera e Di Giacomo.

Ci sono voluti 9 direttori del museo che si sono susseguiti dal terremoto in poi, tanti funzionari del museo e restauratori, svariati amministrazioni regionali, tanti ma chissà quanti assessori regionali, decine di dirigenti e lavoratori. Quello che nelle dinamiche finanziarie costruttive e mediatiche dei  tanti musei contemporanei, appare veloce, qui ha assunto la complessità lenta e meridiana della parlata lenta, metafora allusiva di una Italia meridiana e di una Sicilia complicata

Il tempo però è una delle variabili delle costruzioni, per fabbricare ci vuole il tempo e i soldi,  il tempo spesso scavalca e calpesta  lo stesso significato delle cose, scavalca l’urgenza, le voci,  poi però arriva pure un tempo nuovo in cui le cose accadono.

Alcune fabbriche di edifici sono più o meno, sfortunate, collezionano incidenti, anche errori di concezione, sbagli tecnici e amministrativi, dissonanza tra domanda e risposta o spesso la domanda della società e la risposta del potere, degli architetti e degli esecutori vive in asincrono .

I cento e più anni della fabbrica del duomo di Siena, le tante chiese non finite, le incompiute della storia, i san Petronio, il tempio Malatestiano, le stratificazioni urbane, le fabbriche infinite dei grandi sistemi basilicali, le vicende tortuose di tante opere dell’archiettura moderna, le epopee costruttive ,ci stanno a dire che non tutto è liscio come l’olio e che il tempo della costruzione non vive di funzioni lineari.

Il viaggio pubblico dentro l’edificio del Museo di Messina finalmente aperto è un viaggio strano. Quell’edificio stava lì da decenni appoggiato sulla spianata di San Salvatore dei Greci, invecchiava con noi, segnava un limite fortificato tra sistemi di città, marcava un luogo senza essere utilizzato; eppure da anni e anni qualcosa accadeva lì dentro, una storia dentro la storia, lenta, sincopata, creativa, burocratica, accelerata. Una storia spesso interrotta e poi ancora riattivata febbrilmente.

 

 

Le fabbriche delle costruzioni sono strane, poichè dilatano l’esattezza del tempo di programma  e lo modellano su quella della società, meno la società è attenta più il rischio è quello di allungare le scadenze, meno c’è domanda meno c’è urgenza di risposta.

Quell’edificio visto da fuori era come un parente un po’ strano di cui sapevamo la gloriosa storia, ma di cui ci eravamo un po’ dimenticati, stava con noi, lo facevamo stare a tavola con noi ma era una convivialità senza discorsi, eppure lui era vivo.

In questi anni la presenza dell’edificio in apparenza finito conviveva con una città che tutt’intorno lo ignorava e faceva altro. Una presenza solida di un corpo a basso contenuto d’immagine architettonica, per capirsi niente d’iconico, niente di epocale, nessun messaggio o figurazione accattivante. Le stagioni passavano e nel giardino della memoria intorno al museo si piantavano frammenti architettonici, porzioni di portali sontuosi e fontane della città, una ricomposizione di figure in frantumi, le stagioni passavano e l’erba verde, la flora improvvisa e i fili gialli, le gramigne secche o le verdi ferule sommergevano facce di mostri decori barocchi e le aquile borboniche.

Fuori era immobile ma dentro la sua pancia continuava a comporsi e ricomporsi l’organismo. Da dentro uomini e donne lavoravano, piccoli passi, grandi passi, spostamenti, micromovimenti e poi  procedure oppure  cose solo dure a digerirsi .

La fabbrica costruttiva, il cantiere degli allestimenti e della costruzione scientifica dei progetti (museali) non è mai un’azione individuale ma un’incredibile azione collettiva composta da migliaia di azioni individuali che si ricompongono  collettivamente alla fine e con sorpresa in un organismo vivo.

Oggi sono percorribili 4500 mq di esposizioni, poi 3000 di spazi a servizio , poi altri 5000 esterni e poi ancora altri 1000 della vecchia filanda per le esposizioni temporanee. Dicono che il percorso cronometrato, con i fili multipli di lettura, le trame fitte e le trame lasche, con le gemme e le costellazioni di opere è di circa 120 minuti per attraversare 27 secoli di arte, lavoro umano, cultura e urbanità .

Io sono lento e non ho finito, ho visto il debutto per emozione e necessità, come evento comunitario prima ancora che come esperienza museale. Ho filtrato la storia con le immagini dei quadri, con i frammenti architettonici e scultorei, con quello che so e tutto quello che posso imparare.

La festa di apertura è tante cose insieme, spazio di comunità, rappresentazione, discorsi, città, persone, ruoli, baciate, strategie, accordi, sorrisi, veleni.

Un quadro della collezione La Madonna del Rosario del Museo Regionale di Messina, databile al 1489, è un’imponente pala d’altare proveniente dalla chiesa di S.Benedetto aldilà del significato artistico e attributivo è un quadro che schiera alla destra e alla sinistra del soggetto di culto le figure del potere, i notabili, i protagonisti, ecco all’inaugurazione c’era un po’ la stessa immancabile rappresentazione da portare nella memoria individuale e collettiva. Il soggetto e le schiere!

I musei sono tante cose, sono una macchina scientifica della narrazione della memoria culturale, sono luoghi di città e di esperienza, sono riferimenti spaziali, sono quello che riassumono e quello che proiettano, sono sempre e comunque un’occasione.

Di sicuro il museo di Messina soprannominato all’ultimo momento con una sigla MuMe che ahimè non ritrovi neanche nel cartello d’ingresso, è un’esperienza non banale, dentro c’è bellezza e complessità nelle opere, anche tanta eccedenza di allestimento, alcune ridondanze dell’architettura d’interni, ma anche una modalità di percorso architettonico:  un modo di affacciarsi,  risalire, inquadrare, ritrarsi, vedere, osservare, scorgere prospettive, lampi  e scorci di paesaggio. E’ un po’ come avviene camminando nelle città dove mai nulla è scontato, dove non tutto ti piace, ma insieme si tiene o s’incastra. Poi le opere raccontano vicende incredibili cui sarà necessario accompagnare successivi supporti didattici e topografici.

L’archeologia, i dipinti, le sculture, i frammenti architettonici, nel nuovo spazio rimandano in circolo dopo tanti anni di attesa (e più di 100 dal sisma) non solo il passato e le antiche vestigia ma un’idea di città cosmopolita, che connetteva esperienze globali e locali. Tantissimo da imparare rispetto al martellante localismo del presente .

Ecco il muso ora c’è, non consente più alibi, avrà bisogno di risorse per farlo vivere e programmare, avrà bisogno di finanziare la realizzazione di attività di servizio per la libreria e la caffetteria e i servizi collegati con i visitatori, avrà bisogno di risorse per la proiezione sul mondo.   Intorno, la città fisica ha bisogno di essere migliorata e integrata al polo, va curata , pulita come non si è fatto neanche nella giornata di apertura,  va ridato senso urbano alle sue parti sfilacciate e marginali, fuori dalle assurde vicende proprietarie tra enti diversi sull’appartenenza delle aree di costa, va ricompreso il ruolo di città e comunità. Forse vanno anche omaggiati attraverso i nomi e la toponomastica di tutti i luoghi intorno al museo tutti quei soggetti che nella storia museale della città ebbero il ruolo assoluto, salvando le opere, liberandole dalle macerie del vecchio museo civico e delle chiese distrutte. Un omaggio ad Antonino  Salinas e Gaetano Columba potrà farsi chiamando il viale o i giardini urbani che sono lì intorno.

Oggi il polo del museo è un frammento urbano che ricompone altri frammenti; frammento nella lingua italiana significa un piccolo pezzo staccato per frattura da un corpo qualunque. Questo esprime una speranza, ancora una speranza, e come tale trova confronto con il rottame, che esprime una moltitudine o un aggregato di cose rotte. In questo significato, rottame potrebbe essere il corpo della città futura se le cose non dovessero cambiare e sempre più̀ fosse accettato il disordine come dato e una scarsa o casuale previsione del futuro. Per questo credo anche nella città futura come quella dove si ricompongono i frammenti di qualcosa di rotto dall’origine.

Così vicino così lontano, vedere la città

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Di tutte le arti quella di saper vedere è la più difficile” (E. De Goncourt)

Che siano le foto della tua vita privata, della vita sociale o dei luoghi del cuore, del paesaggio o della tua città, non si fa altro che sgranocchiare immagini, spesso le ingoiamo senza masticarle tra un beep e un Wup, di sapore non ne vogliamo proprio sentire cosi che le sputiamo prima di vomitarle. Le cause? Spesso siamo al rigetto per troppi contatti social,  troppa messaggistica, troppa simultaneità;  troppe figurazioni per semplificare qualsiasi forma di astrazione che potrebbe far sforzare il pensiero e provocare l’allenamento alla concentrazione;  la vita visiva  ogni giorno è rimpinzata di foto più di un rotocalco per bulimici,  una foto come premessa, una come tesi, una a commento e poi una come nota a piè di pagina, una come smentita e poi una a contro smentita, e poi  e poi… ancora e ancora…

Le foto della città fisica, magari della tua, sono strane, ossessive ripetizioni di cartoline, restituzione del già visto, ricercati glamour per collezionare like, poi qualche volta le foto diventano meravigliosa trivellazione di risorse dai pozzi abbandonati o ricostruzioni sorprendenti dell’invisibile per rinnamorarsi dei luoghi.

Le città hanno sempre avuto bisogno non solo della loro vita interiore, ma anche di qualcuno che le raccontasse in giro, le dipingesse, le descrivesse ai forestieri e spesso anche agli stessi abitanti così pressati dalla vita e dalla morte da essere costretti ad attraversale ed usarle senza neanche poterle guardare da fuori, oppure cosi abituati a guardarle ogni giorno distrattamente da non saperle vedere.

Alcune semplici immagini zenitali del nostro territorio e della nostra città poco tempo fa hanno destato meraviglia, foto fatte da droni senza anima e funzionali alla tecnica del racconto delle gare ciclistiche o a quelle del racconto della sorveglianza di polizia del G7, hanno toccato le nostre latitudini e le corde del nostro immaginario.

Eppure da anni smanettiamo senza sosta su Google maps o su Google Earth; zoomiamo sugli smartphone e ci alziamo in volo dal quel cacchio di scrivania dell’ufficio; planiamo su viali e i boulevards di posti vicini e lontani cercando quell’impossibile “non luogo” dove si svolgerà quella fantastica festa del sabato; o cerchiamo la casa dell’amichetta di tua figlia che ha deciso per scelta di famiglia di costruirsi la casa in quel famoso poggio dove pure il famoso “signoruzzu ha perso le scarpe”.  Tecnologici e tattili planiamo e navighiamo, potenti più di Batman e Tim Burton però poi precipitiamo sulle terrazze di Lilla e Nino, finendo pure dentro la lettiera del loro gatto Sciollero, vediamo con il Gps pure i loro slip e le canottiere appese ma ogni volta che vediamo una bella ripresa TV o una foto di chi vuole raccontare la nostra città ci meravigliamo e diciamo, Mizzica e questo dov’è?” 

Niente, tutti questi anni di overdose d’immagini sono stati inutili, più il territorio e a portata di click meno capiamo dove ci stiamo infilando e se stiamo vedendo, più zoomiamo e meno guardiamo. Quindi benvenute immagini che hanno fatto scoprire che piazza Castronovo è tonda e che il PRG post terremoto ha fatto costruire gran parte della città a scacchiera , e ben venga che si siano scoperte  le curve sinuose delle coste del messinese o la linea mossa e accidentata delle rocce joniche e le geometrie sontuosa del Teatro greco romano di Taormina.

Ma insieme alla visione fatta dal drone, quella lontana che restituisce una sintesi quasi sempre bellissima, c’è n’è un’altra, la visione ravvicinata che dettaglia la ricchezza dei particolari, che inganna l’occhio e la mente. È bello il paesaggio urbano e territoriale della città dello Stretto, belle anche tante architetture viste da vicinissimo: la ricchezza dei materiali, le forme urbane del decoro dei gessi e cementi, delle figure apotropaiche piazzate sulle finestre e i portoni. La visione ravvicinata ci fa vedere gli stacchi volumetrici nei dettagli di alcuni buoni maestri dell’architettura passati da qui per ricostruire la città azzerata;  ci permette di osservare  i piacevoli  i tentativi del professionismo locale di applicare le arti all’edilizia condominiale del boom messinese degli anni 50 e 60 fino agli albori del 70; da vicino appare pure  chiara la trama e il rigore delle textures delle prime forme edilizie a basso costo degli istituti per l’edilizia popolare o  degli elementi materici di alcune strade.

Poi però ci sono le visioni intermedie, le più crude: quelle spesso dicono le verità;  altro che piercing urbani e tatuaggi, spesso è roba da splatters . La città non è una veduta e neanche un vetrino al microscopio, funziona ancora benissimo dalla grande distanza, funziona egregiamente a distanza ravvicinata, perchè l’occhio può selezionare; ma poi, perché non funziona alla distanza intermedia? Quella dello sguardo delle relazioni tra parti e quindi delle relazioni della vita; da lontano siamo tutti belli e tutti amici, da vicino forse ci amiamo o ci scanniamo, ma alla distanza intermedia vediamo ferite cucite alla meno peggio, coltellate reiterate, polveroni e macerie nascoste sotto il tappeto, decapitazioni e mutilazioni, innesti cyborg, poltiglie urbane, impianti tecnologici e domestici vomitati sui balconi e sulle facciate, piazze sfigurate, “tagliate di faccia”,  protesi malmesse e sprangate squadriste su corpi urbani già deboli.

Le foto della città raramente annunciano un tempo, più spesso lo arrestano, sciogliendolo nella nostalgia del com’era, oppure sciogliendolo in un acido del presente.

Occhi ne abbiamo? Ma per usarli dobbiamo vedere e  quindi pensare, insomma serve allenamento a vedere e anche a immaginare. La visione è la forma di conoscenza principale della nostra cultura, ma la distanza e la scala possono cambiare il senso  delle cose. Nel film Blow up di Antonioni  l’ingrandimento fotografico è un metodo e farà scoprire a Thomas un delitto, insomma anche qui tra visioni urbane cosi vicine o cosi lontane , ingrandendo le foto……..si scopre un delitto come in “Blow-up”, spesso è il delitto del paesaggio o delle deboli tracce della qualità  urbana.

Socrate insegnava a Teeteto che non vediamo perché abbiamo gli occhi, ma abbiamo gli occhi “per vedere”,  per narrare e pensare  la città ricominciamo a fare delle verifiche per vedere alla giusta distanza.

La città e tutti i suoi ex

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Che sia chiaro: non parlo né di ex amanti, né di ex mogli o ex mariti.
La città ha tanti ex pure tra i politici, gli amministratori, i notabili o i malfattori, ma è di luoghi che parlo. Messina è piena di luoghi che portano denominazioni disperatamente ancorate a una condizione passata ma storicamente recente, a un nome passato che seppure cancellato persiste come se questo fosse una scialuppa di salvataggio tra le onde mobili del presente o quelle sconosciute del futuro.
La città non elabora con facilità il futuro e resta ferma o peggio rafforza nomi di luoghi collegati ad attività cessate che forse neanche all’epoca della loro massima attività ebbero tanta popolarità o che se la ebbero, da quell’epoca sono passati lustri, un ventennio o anche mezzo secolo.
Quali luoghi? Senza troppo pensarci dico a raffica: ex Gil, ex Gasometro, ex Fiera, ex Sea Flight, ex IAI, ex Irrera a mare, ex Inceneritore, ex Magazzini Generali, ex Rowenta, ex Metropol, etc etc; l’elenco superando il numero dei cinque Ex mi impedisce di liquidare rapidamente l’argomento dentro l’azzeccata rubrica i Cinque di LetteraEmme e chiama una breve riflessione.

Alcuni tra questi luoghi denominati come Ex sono degli Ex di tipo Trans generazionale (Sea Flight ad es.), o trans identitari (continuare a chiamare ex IAI, i locali della già furono ex Provincia ma già Città Metropolitana, ecco fa scivolare sotto il tavolo ogni certezza d’identità), insomma sono degli Ex chiari a molti e oscuri a tanti o meglio incomprensibili e sfocati se trascinati nel linguaggio o negli appuntamenti urbani della gioventù dei Millennials, o nella testardaggine con cui alcuni di questi ostinati Ex si infilano nei documenti ufficiali, nei progetti e nelle programmazioni di svariate amministrazioni o enti pubblici.

La forma avverbiale dell’Ex con il trattino e anteposto al sostantivo, indica che la condizione o funzione espressa dal sostantivo stesso è ormai decaduta o cessata, quindi se smontato e demolito il Gasometro di viale della libertà e sparito alla vista e dall’olfatto dei messinesi da oltre quaranta anni, non si capisce come possa tornare in alcune conversazioni o in molti articoli giornalistici, nome riproposto malgrado la sua evidente inesistenza materiale come Ex Gasometro. O perché l’area sportiva della Gioventù Italiana Littoria –GIL- organizzazione aggregativa dei giovani fascisti, cancellata da una guerra mondiale e da una guerra civile, dai bombardamenti degli angloamericani e dalla repubblica antifascista resti ancora oggi in quella condizione intermedia di ex Gil, e com’è interpretabile quel nome per mia figlia tredicenne. Perché quel rudere Ex Sea Flight nonostante la sua fallita e dissennata esistenza di fabbrica di aliscafi sulla punta di Cariddi, mostri cosi tanta resistenza a cambiare nome o perlomeno a riconquistare persino un nome pieno senza quella sottolineatura di una condizione di ex.
L’ex riferito alle persone è spesso una funzione che indica qualcuno con cui si è troncato un rapporto amoroso, forse allora si può capire che con qualche luogo o attività di Messina, alcune generazioni hanno intessuto rapporti amorosi, o perlomeno immaginari amorosi che fanno comprendere l’inerzia a voltare pagina.
Poi c’è l’ex del linguaggio giuridico o burocratico che ci fa capire la provenienza di norme o articoli di legge. Potremmo quindi ipotizzare che tutti questi ex che pullulano in città sono semplicemente un’indicazione di provenienza, che si fa tanto più forte e resistente nella costruzione immaginifica della narrazione familiare o di comunità dei nomi, o nel bombardamento della Comunicazione, da potere attraversare indenne quartieri, classi sociali età e generazioni e ripresentarsi con quello status di Ex.
Senza una mutazione di stato (mentale e culturale) dei luoghi, la città rimane su nomi che conosce o ripete oppure prende i nomi dei luoghi che passano svogliati dalle bocche degli abitanti, questo racconta una storia fragile che cerca identità di superficie e cancella invece con il napalm altre storie profonde.
Non vorrei che a furia di produrre tutti questi “Ex” la città apparisse come “una poco di buono”, o una mantide, o peggio una vedova con tutti gli ex, defunti da tanto tempo ma ancora tenuti in casa, mentre quelli che non sono ancora ex, sembrano sempre pronti a diventarlo.

La città e tutti i suoi Ex

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Che sia chiaro: non parlo né di ex amanti, né di ex mogli o ex mariti.

La città ha tanti ex pure tra i politici, gli amministratori, i notabili o i malfattori, ma è di Luoghi che parlo. Messina è piena di luoghi che portano denominazioni disperatamente ancorate a una condizione passata ma storicamente recente, a un nome passato che seppure cancellato persiste come se questo fosse una scialuppa di salvataggio tra le onde mobili del presente o quelle sconosciute del futuro.

La città non elabora con facilità il futuro e resta ferma o peggio rafforza nomi di luoghi collegati ad attività cessate che forse neanche all’epoca della loro massima attività ebbero tanta popolarità o che se la ebbero, da quell’epoca sono passati lustri, un ventennio o anche mezzo secolo.

Quali luoghi? Senza troppo pensarci dico a raffica: ex Gil, ex Gasometro, ex Fiera, ex Sea Flight, ex IAI, ex Irrera a mare, ex Inceneritore, ex Magazzini Generali, ex Rowenta, ex Metropol, etc etc; l’elenco superando il numero dei cinque Ex mi impedisce di liquidare rapidamente l’argomento dentro l’azzeccata rubrica i Cinque di LetteraEmme e chiama una breve riflessione.

Alcuni tra questi luoghi denominati come Ex sono degli Ex di tipo Trans generazionale (Sea Flight ad es.), o trans identitari (continuare a chiamare ex IAI, i locali della già furono ex Provincia ma già Città Metropolitana, ecco fa scivolare sotto il tavolo ogni certezza d’identità), insomma sono degli Ex chiari a molti e oscuri a tanti o meglio incomprensibili e sfocati se trascinati nel linguaggio o negli appuntamenti urbani della gioventù dei Millennials, o nella testardaggine con cui alcuni di questi ostinati Ex si infilano nei  documenti ufficiali, nei progetti e nelle programmazioni di svariate amministrazioni o enti  pubblici.

La forma avverbiale dell’Ex con il trattino e anteposto al sostantivo, indica che la condizione o funzione espressa dal sostantivo stesso è ormai decaduta o cessata, quindi se smontato e demolito il Gasometro di viale della libertà e sparito alla vista e dall’olfatto dei messinesi da oltre quaranta anni, non si capisce come possa tornare in alcune conversazioni o in molti articoli giornalistici, nome riproposto malgrado la sua evidente inesistenza materiale come Ex Gasometro. O perché l’area sportiva della Gioventù Italiana Littoria –GIL- organizzazione aggregativa dei giovani fascisti, cancellata da una guerra mondiale e da una guerra civile, dai bombardamenti degli angloamericani e dalla repubblica antifascista resti ancora oggi in quella condizione intermedia di ex Gil, e com’è interpretabile quel nome per mia figlia tredicenne. Perché quel rudere Ex Sea Flight nonostante la sua fallita e dissennata esistenza di fabbrica di aliscafi sulla punta di Cariddi, mostri cosi tanta resistenza a cambiare nome o perlomeno a riconquistare persino un nome pieno senza quella sottolineatura di una condizione di ex.

L’ex riferito alle persone è spesso una funzione che indica qualcuno con cui si è troncato un rapporto amoroso, forse allora si può capire che con qualche luogo o attività di Messina, alcune generazioni hanno intessuto rapporti amorosi, o perlomeno immaginari amorosi che fanno comprendere l’inerzia a voltare pagina.

Poi c’è l’ex del linguaggio giuridico o burocratico che ci fa capire la provenienza di norme o articoli di legge. Potremmo quindi ipotizzare che tutti questi ex che pullulano in città sono semplicemente un’indicazione di provenienza, che si fa tanto più forte e resistente nella costruzione immaginifica della narrazione familiare o di comunità dei nomi, o nel bombardamento della Comunicazione, da potere attraversare indenne quartieri, classi sociali età e generazioni e ripresentarsi con quello status di Ex

Senza una mutazione di stato (mentale e culturale) dei luoghi, la città rimane su nomi che conosce o ripete oppure prende i nomi dei luoghi che passano svogliati dalle bocche degli abitanti, questo racconta una storia fragile che cerca identità di superficie e cancella invece con il napalm altre storie profonde.

Non vorrei che a furia di produrre tutti questi Ex la città apparisse come “una poco di buono”, o una mantide, o peggio una vedova con tutti gli ex, defunti da tanto tempo ma ancora tenuti in casa, mentre quelli che non sono ancora ex, sembrano sempre pronti a diventarlo.

Erano dei Mille, e (andando a piedi) sono morti

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Ci sono MILLE motivi per migliorare le città e Mille motivi per fare le isole pedonali ma in via dei Mille non ci sono né Mille vetrine né Mille valide ragioni per centralizzare la questione della pedonalizzazione e riassumere ad emblema o peggio ad ideologia l’uso di quella via.

Quella via in questi ultimi  anni è stata presentata come se fosse la strada più giusta, più importante, più bella o significativa della città, o peggio la migliore o la più strategica nella costruzione di una nuova  vita pedonale dei cittadini di Messina.

Mille contenziosi e mille partiti presi, mille persone e mille ipotesi e parole, tutte le vicende che hanno accompagnato i tentativi, i fallimenti, gli imperi, gli improperi e le prese d’atto intorno all’isola pedonale di via dei Mille dovrebbero far ragionare per mettere a punto una strategia di  progettazione concreta e razionale per pedonalizzare parti sensate della città di Messina.

 

Nel “patto della strada” si sono associati e hanno trattato  le parti sociali in campo, i portatori d’interesse e di governo; molti cittadini hanno apprezzato, criticato, osannato, disprezzato queste sperimentazioni. Questo processo morto e resuscitato più volte pone ed esprime una domanda di spazi liberi e di pause nel traffico, ma impone di capire, di usare metodo e scienza ovvero, per essere chiari , di usare arte nel costruire la città.

Ve lo dico in maniera banale perché mi pare che non funzioni: occorre sapere che qualsiasi studentello di architettura e urbanistica quando disegna e ridisegna la planimetria di una città, e prima di elaborare un progetto esamina la forma della città esistente, analizza i vuoti e i pieni, i flussi e soprattutto riassume con pochi tratti di penna colorata le gerarchie, misura gli invasi delle strade, e attraverso un processo razionale risponde alla domanda della committenza con la soluzione più attendibile.

Via dei Mille in che gerarchia sta con le altre strade? È più importante delle altre? ha una forma e una misura significativa? Si Trovano elementi di qualità formale, spaziale o monumentale? Bastano 20 vetrine più ricche e altri 20 associati in una legittima lobby a formulare un patto pubblico? Via dei Mille nel tratto che abbiamo conosciuto, passeggiato e transennato fino alla via Santa Cecilia, ha 9 segmenti di pedonalizzazione  corrispondenti ai 9 isolati per lato che costruiscono i 9 incroci con le  9 vie ortogonali .

9 sono gli incroci di una scacchiera geometrica uguale nelle vie a  monte come in quelle  a valle, la regola della scacchiera è quella e per quanto la vuoi interpretare quella resta . Può quindi una via gerarchicamente inferiore o paritaria alle altre, generare di per sé il motore principale di un processo? Io sinceramente da quest’uso aritmetico del 9×9 genero solo una moltiplicazione  con  almeno 81 problemi che se avessi spazio esaminerai con voi.

Se” la prova del nove non riesce “perché comiciare da lì?

Tutte le città che ho visitato o studiato in Italia e all’estero hanno cominciato le pedonalizzazioni proprio dai tratti più importanti, da quelli monumentali, da quelli di gerarchia superiore, da quelli belli per forma o significato, o persino con delle ragioni ingegneresche per dei motivi di massima funzionalità;  le gerarchie possono essere di vario tipo ma rivelano spesso un metodo, un processo e un ordine formale e mentale. Ecco ancora oggi non ho avuto mille, ma a dire il vero neanche una riposta razionale da ingegneri, architetti, urbanisti o trasportisti, le sole rsiposte chiare erano quelle che alla cittadinanza piaceva strusciarsi e mostare bambini e cagnolini. Piuttosto che risposte che postevano superare la famosa prova del 9, un’onda irrazionale con venature da ideologia da spedizione dei Mille  ha riempito il campo spazzando via qualsiasi  duraturo risultato . Quindi perché non cominciare dal Viale con i suoi terminali di spazi e piazze? O ancora perché non allargare alle zone di prossimità delle isole inserite nel P.U.T o perché non studiare a fondo la natura sociale, antropologica e commerciale e confrontarla con quella formale e policentrica della città di Messina?

In questi anni in Italia e nel mondo abbiamo assistito alla modificazione e all’ambigua e incerta apparenza dello spazio pubblico e della strada. Quello che prima definivamo con chiarezza ordine e gerarchia come spazio pubblico, fatto d’identità, bellezza, economia e funzione, oggi spesso sfugge, è come se la contrattazione di significato si facesse giorno per giorno, si rinnovasse secondo spinte emotive o oscure o banalmente improprie; qualcuno dice che la città viene fatta dalle persone e dalle dinamiche che si inventano tralasciando o scartando per sempre qualsiasi processo razionale e poetico per il disegno e l’uso della città.

Il conflitto nella città è da sempre esistito, ma assume dentro le modalità di uso dello spazio pubblico la possibilità di un patto e di un accordo. Lo spazio pubblico o le parti riconosciute come luoghi comuni sono da riacchiappare come necessari strumenti navigatori dentro la mappa delle comunità variabili che abitano la città. Non so se ancora la strada esprime un possibile patto ma di sicuro esprime un desiderio e un’ipotesi attraverso  cui le citta devono costruire un progetto, perché una città sta dentro un’intelligenza spaziale che lavora incessantemente finché c’è vita.

5 Visionari sullo Stretto

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Gli Architetti e gli Urbanisti Visionari non appartengono al “mondo dell’utile” ma per paradosso a quello del necessario. A ogni buona idea visionaria o sincera utopia corrisponde l’apertura di un varco e spesso un avanzamento nei progetti della quotidianità. I visionari “vedono” spesso un po’ prima degli altri.

1) Filippo Juvarra e il progetto di continuazione della palazzata

Il messinese Juvarra 1678 – 1736

Nel 1714, per la città di Messina, Juvarra schizzerà̀ una veduta del porto cittadino comprensiva del ridisegno del Palazzo Reale, immaginando di prolungare la Palazzata di cinque Kilometri per un totale complessivo di sei Kilometri (oltre metà dell’intera lunghezza della costa settentrionale) fino alla chiesa di Grotte nel villaggio Pace.

Con un solo segno portato alla scala del paesaggio, F. Juvarra sintetizzava la narrazione e la varietà̀ funzionale e sociale che conteneva al suo interno la Palazzata – che come dimora nobile, come centro direzionale, come centro mercantile – restava un unicum nel panorama italiano. Con questo disegno di un sistema edificato continuo l’architetto visionario ripeteva e amplificava la forza auto rappresentativa della città con un  macro edificio immaginato alla scala del paesaggio.

Aspetteremo poi Le Corbusier per teorizzare e sperimentare l’edifico e la grande dimensione nel paesaggio del Plan Obus per Algeri o la modernità per l’edificio territorio dell’Università della Calabria a Cosenza di Vittorio Gregotti.

2) Giuseppe Samonà 1898-1983, è l’architetto che ha progettato e costruito una parte consistente dell’immagine attuale del porto di Messina  e della nuova palazzata. Nel 1960 nel concorso del Prg, il gruppo di progettazione guidato da Samonà con il piano per la Città Biporto, elaborerà una proposta che è sintesi di architettura e urbanistica in cui l’immagine della città fondata sul doppio porto, individuato in quello storico e in quello a nord, produrrà poi una saldatura con l’infrastruttura metropolitana del ponte del concorso del 1969. Sarà una città fatta di bloque a redents, larghe architetture su pilastri su un suolo terrazzato pensato come un giardino continuo. Con un forte debito figurativo alle architetture urbane di Le Corbusier, Samonà elabora dei disegni con una nuova immagine della città con una forte polarizzazione a nord, duplicando non solo il porto ma la stessa città. Di questo progetto segnato dall’azzeramento dell’esistente resta oggi la visione estrema e anche il suo azzardo utopico.

 

3) Maurizio sacripanti e il Piano per la Città Ponte

Maurizio Sacripanti architetto 1916 -1996, con le sue consistenti proposte disegnate si era rivolto con intensità verso le forme di neo avanguardia sperimentale, in cui molteplicità, mobilità spaziale e combinabilità strutturavano le potenti immagini progettuali, la modernità avanzata dei suoi progetti conteneva insieme visionarietà e controllo disciplinare. Il progetto per una Città Ponte sullo Stretto di Messina del 1965 è un progetto architettonico e urbanistico insieme, Sacripanti immagina un ponte che non si limita a collegare due territori ma diventa esso stesso nuovo e terzo territorio tra le due Regioni di costa, terza entità in cui la motricità spazio temporale è condensata nel passaggio ma anche nei moduli spaziali abitabili che si aggrappano a strutture tridimensionali, alle maglie passanti sul mare e alle immaginifiche strutture spaziali.

4) Francesco Venezia e l’isolato urbano, progetto sulla fiumara Zaera.

Francesco Venezia architetto 1944 è uno di quelli che in Italia e in Sicilia hanno costruito anche piccole e controllatissime architetture, muri perfetti e spazi introversi. A Messina ci arriva chiamato a consultazione per il Simposio sull’isolato nel 1985. Tanti gruppi di architetti italiani e stranieri chiamati a interrogarsi sulla forma della citta di Messina attraverso proposte che influenzeranno il dibattito locale e nazionale .

F.Venezia elabora un progetto radicale in cui alla ripetizione geometrica della maglia degli isolati del Piano Borzì, impone un’interruzione forte svelando attraverso la costruzione di un argine l’elemento  originario e di forma  di una delle fiumara e della sua corsa da monte a mare. Venezia Immagina un elemento parallelepipedo unico che ingloba l’alveo dello Zaera che poi si termina a mare. Le azioni sono di “spingere” a mare l’architettura dall’interno della città e costruire un vuoto intermedio, “costruire” la testata a mare che poi diventa palazzo a mare con un  elemento dimensionale importante, ma anche piazza gradonata coperta che vede il mare e la navigazione e il teatro in sommità. Palazzo a mare, piazza a mare, fiumara e giardino cavo, sono elementi dimensionali estremi e radicali, ma insieme elementi comprensibili che affiorano dal repertorio antico quasi classico delle città mediterranee.

 

5) Franco Pierluisi e il progetto per Capo Peloro – Finis Terrae –

Franco Pierluisi architetto 1936-1992 fece parte del Grau (Gruppo Romano Architetti e Urbanisti). La sua relazione forte con la storia, la sapienza disciplinare dell’archiettura e la riscrittura dei codici di relazione tra architettura e paesaggio approdano sullo Stretto di Messina attraverso la sua attività accademica e di ricerca presso la scuola di architettura di Reggio Calabria. Nel 1989-1990 la sua visionarietà spaziale vasta e la sua analiticità descrittiva si esprimeranno nel progetto Finis Terrae per Capo Peloro a Messina.

In questo progetto Franco Pierluisi rielabora l’immagine casuale dell’esistente definendo un’architettura del Capo e opponendosi allo sfrangiamento dell’abitato contemporaneo. Il progetto è costruito intorno ad alcune tracce di scavi e rilevati, alle scorie delle infrastrutture tecniche e a quelle originarie dei simboli che assumono nuova forza attraverso le relazioni tra segno e luogo. Il sistema edificato immaginato come un’architettura urbana è un servizio spaziale per i cittadini, un elemento orizzontale che contiene attività e servizi e un elemento verticale con più piattaforme–belvedere incastrate nel pilone Enel servite da un ascensore veloce che scorre all’interno di un’antenna strallata in acciaio ancorata al pilone e a terra.

E’ un progetto che ridefinisce l’immagine del paesaggio e che definisce il margine della punta della Sicilia orientale e lo fa con una dichiarazione progettuale visionaria ed esplicita, anticipando molti dei temi, dei concorsi e proposte che interesseranno il dibattito successivo su quell’area di Messina.