Non è brutto ciò che è brutto ma è brutto ciò che dispiace

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Basta! Non darmi più dispiaceri, disse alla città affacciandosi al solito buco di finestra che spuntava a vanvera sul cortile di quel palazzo per lui inabitabile  ma pieno di insospettabili casalinghe in incognito.
Sul cortile c’era un tanto al chilo d’intimità, pasti caldi e sughi familiari , canottiere e panni stesi , certo è vero c’era pure lo sfiato dei bagni, le ventole delle pompe di calore e tutta la massa dei rottami indicibili sputati dai balconi .
Un eccesso di schifezze, un tormento di residui. Nei cortili nascosti delle città succede che implode la bomba atomica delle menti umane e riversa le tante storie segrete delle persone, spande tutto su tutto e affiora quello che è sempre stato brutto. Brutto per genìa, per desiderio , per eccedenza e brutto per dispiacere. Ad ogni affaccio su quella chiostrina cercava una possibilità di riscrittura, niente, diciamolo, non accadeva niente ,dispiaceva lo stato di abbrutimento, dispiaceva come incontrare quell’ amico cirrotico a cui dicevi di non esagerare, dispiaceva del brutto e della sua pretesa urbanità- In fondo al pozzo ancora rottami di tutte le epoche; in fondo al pozzo giardini di lamiere, frastuoni di suoni ad ogni pioggia battente; tutto quel fiorire di pareti butterate e ulcere a mo’ di finestre riversavano le storie di dentro, stavano dentro come le emorragie interne degli abitanti. Dentro come una vita satura di spazio. Dentro, sì dispiace ed è pure brutto, mentre impassibile la vita cerca ancora uno spazio.

la finestra è una spina nella casa

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Arrivò nella Villa a mezzogiorno e la Sicilia suonava di un cicaleccio insistente, la porta si schiuse nell’ombra utile alla sopravvivenza degli occhi chiari e del mobilio biondo di legno di pero. Fuori avvampava la luce, mentre indisposti alle parole si bruciava l’attesa di un sorso d’acqua col limone. Quando Lei tirò le tende e aprì la finestra cercando un panorama trovò un muro di piante primitive, l’aria e la luce passavano debolmente tra i cactus, soffiava lenta l’aria di spine e un vento grasso e senza brezza.
Il panorama non è tutto, – disse lui, mentre osservava la figura di lei, inscritta nel disegno regolare della finestra di legno tinteggiato-, fuori c’era un muro di bastoni spinosi, compatti come clave verdi gonfie soltanto di mancanza e digiune di freschezza.
-Il panorama è un muro di spine, -disse lei, mentre osservava la figura nera di lui in fondo alla stanza, -Il panorama sei tu -, disse il cactus guardando la stanza -, la tua materia stratificata di tutti gli orpelli e la vita delle cose che silenziose animano ogni giorno la mia vista vegetativa, detto questo il cactus si impettì dietro il buco della finestra che appariva netta come un’ombra cinese . Una spinta di vento richiuse la finestra sulla figura di lei, lentamente il giardino ritornò al suo cicaleccio senza quel disturbo tonto della eco delle stanze della villa. Le spine protessero a lungo il muro di cactus da qualsivoglia voglia di panorama. Mentre la stanza vegetava di nuove gemme e faceva abitare tante storie nascoste.

Cosa ci cavi da queste domande?

imageCosa ci cavi da questa terra senza un filo d’erba? Ci cavo il possibile.
Cosa ci cavi da questo deserto collinare dove non è mai nato neanche un albero?
Ci cavo l’impossibile; prendo materiale, ci cavo povera sabbia, ci
cavo questa collina sfarinata spostata lì nei compluvi dai venti e dal
mare, in lunghissime ere più lunghe degli anni e del tempo delle
storie.
Cosa ci fai con la collina sfarinata? Raccolgo questa farina delle
pietre e ne faccio cumuli setacciati; è come un raccolto ma è un
raccolto definitivo che esaurisce la coltivazione e ricolloca la
collina sfarinata nel calcestruzzo, impastata come pane per affamati
di costruzioni, indurita infine in volumi abitati da altri
vitalissimi organismi umani.
Come lo fai questo raccolto? Arrivo, ci ficco una benna e sposto la
montagna, cambio i piani e le terrazze, decresco le inclinazioni e
riduco le vette. E’ un gioco faticoso che disegna altri paesaggi e
modella sabbia come fosse un corpo morto, immenso e gulliveriano,
svelato dagli uomini e richiesto dalle braccia degli uomini.
Tutte le carezze e gli schiaffi del vento sono arrivate lente come il
tempo delle ere geologiche, adesso l’erosione meccanica procede per
cronoprogrammi, stria, asporta, costruisce un nuovo mondo senza
elevare nulla, il cronoprogramma si fermerà all’esaurimento della
risorsa.
Ho paura di sbagliare e rendere irrimediabile il danno- disse l’uomo
che guidava la benna -, così procedo per parti e lascio mucchietti di
sabbia , un po’ come facevo al mare quando ero piccolo, procedo per
parti e lascio piccole torri di vedetta, una specie di città desertica
punteggiata da alture e sui cui vuoti stendere tappeti e stuoie per
le preghiere umane nei confronti di questa terra trasfigurata.
Ogni cumulo di sabbia è lasciato lì per far credere a me stesso che,
seppure la mia missione è la tabula rasa e alla fine devo azzerare tutto,ho comunque nel frattempo provato a disegnare un mondo.