Vista da un piede

piega

Penso di avere calpestato quelle griglie sull’Oratorio della Pace e di averci camminato milioni di passi all’andata e al ritorno.

Ogni passaggio sobbalzava e vibrava all’incastro invecchiato tra il ferro e il cemento. L’occhio guardava in fondo la caduta di quel piccolo precipizio scuro, della misura di un piano più in basso.

Nelle griglie dei cantinati s’incastra il mondo imperfetto delle città, le scorie e i tacchi antichi e sottili delle donne; le gomme americane e i tizzoni gettati delle sigarette; si infilano le carte, le briciole di pane, le cannucce, il fango indurito e tutte le foglie spazzate  dalle scope e dai venti.

Mentre passi veloce si può essere inghiottiti lentamente, senza accorgersi della coltre ferrosa e ravvicinata delle barre che non fa vedere e ascoltare il fondo umido. Ogni passo urta e fa risuonare sordo il tempo delle distanze; vista da sopra è un flesso insicuro, vista da sotto è un cielo astratto, vista da un piede è un’arpa con cui suonare.

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