badanti di pezzi di città

La nuova città collinare ha prodotto posti confinati con cancelli e pulsantiere infinite, condomini irraggiungibili, lontani da tutto, più distanti dalla città già lontana, più lontani dalle strade dei marciapiedi e dei negozi, più lontani dalle scuole, dai servizi, dalle poste, dai  tabaccai e dalle salumerie, vicine casomai alle autostrade, agli svincoli, alle bretelle, ai curvoni attrezzati, alle antenne  telefoniche; vicini alle colline quello si, in sostituzione definitiva delle vette scapitozzate di quei poggi. I quartieri nuovi sovrastano le valli, le osservano e guardano da lassù  panorami grandangolari, promettono silenzio e tutte le comodità con pochi colpi di acceleratore e un po’ di benzina, promettono vita amministrata e organizzata a pagamento; le loro istituzioni sono i baby parking, i dog sitter, gli specchi d’acqua, i campi da bocce e quelli del tennis; quei Condomìni si vigilano con gli allarmi e le telecamere, si annunciano con  i videocitofoni, si confrontano in  liti furibonde delegate alla popolazione attiva delle assemblee condominiali.

Nati come luoghi privilegiati, come altro da quello che c’è, come l’esito immobiliare di un desiderio umano di perfezione estetica,  e  come fuga dai disturbi per le scomode imperfezioni della città conosciuta, oggi di colpo son quartieri invecchiati, con rughe e cedimenti, i loro giardini si mostrano meno rasati e sempreverdi di un tempo e con aggiunte di orpelli e piante sconvenienti sfuggite alla regola.

Gli abitanti sono cresciuti, e oggi appare lontano quel tempo che aveva visto tutti gli abitanti giovani e smaglianti; lontano da quel tempo d’insediamento rapido come le vendite delle vetrine alla moda e veloce come l’assegno circolare dell’acquisto.

Gli abitanti stanchi hanno spesso superato la terza età , hanno problemi di mobilità, sono chiusi nelle loro  case e quando arrivi in quelle strade di mattina tutti i Suv sono usciti dai parcheggi e giri fra case silenziose come l’anticamera di un ospizio. A piedi girano solo gli abitanti temporanei di quelle case, badanti servitori e tuttofare, badano ai vecchi e alle vecchie, badano ai pisci di qualche bambino e a quelle dei nonni, badano a tutte quelle case, badano a quei quartieri, e mantengono le relazioni tra le palazzine: tra la A e la C  e persino tra la palazzina F e la M che si sa non hanno mai avuto  nulla in comune. Innescano comunicazioni telefoniche e messaggini tra portoni opposti, tra ombre dietro i vetri, la città nuova molte ore al giorno è badata dalle badanti e dai loro corpi.

Quartieri dal melting pop nascosto, rivelano brevi traiettorie di sagome e apparizioni dietro i vetri delle verande, dei giardini d’inverno o sui terrazzi.

Le Badanti quasi tutte femmine si alleano a volte per geografie di massima, mediano le relazioni fra le case e le forniture esterne più di quanto vogliano il loro padroni, mediano le relazioni in una lingua comune parlata e inventata alla fermata del bus nei giorni di libera uscita, conoscono più i nomi dei farmaci che quelli delle vie città, parlano con pertinenza di geriatria e fisiatria e imbottiscono i frigoriferi come in tempi di guerra.

Badanti della città, badanti del Mito, del Parnaso, della Città Giardino, dell’Eden Park, della Città 2, della Città Giardino, del Residential Park, della Villa Luce, del Park Palace, badanti del Giardino sui Laghi e del Poggio dei Pini, badanti di pezzi di città vuote e di relazioni umane in quegli strani condomini murati, dove occorre comunque curare e lavorare, badanti della città  senza neanche un primo maggio per assentarsi.

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I sassi in mano

Un sasso rotolato dal pendio è un sasso che si rompe e si scompone in altre schegge, così, moltiplicato in pietre appuntite è una materia per costruire, pavimentare, macinare, sagomare, affilare, molare, ornare, assestare.

Guardo spesso i muri costruiti, quelli di sola pietra, quelli retti e messi a piombo, quelli con le tessiture di pietre e di mattoni, quelli listati poi, sono bellissimi, e quelli di pietra sbozzata  si mettono a metà strada tra la natura e la ragione; poi mi fermo davanti ai semplici muri a secco,  e spesso provo a fare l’impossibile conteggio delle pietre, ogni pietra è un’azione dell’uomo che l’ha costruito, ogni pietra è un’aggiunta alla precedente, è una società provvisoria o durevole di pietre che prima erano solitarie. ogni pietra è  scelta, spostata e poi assestata, quasi il tentativo matto di dominio da parte di colui che è responsabile della terra: l’umano tenta l’impossibile e rimette in ordine tutte quelle pietre scheggiate cadute dal pendio, le riallinea con pazienza, le misura una dopo l’altra e risale fino in vetta gradonando la collina. Presunzione, volontà, necessità, riportano sù quello che è caduto giù. Ogni pietra ritorna alle origini e ricompone in qualche modo la montagna, per salti e gradoni costruiti.

Un sasso cullato dal mare è un sasso che si stonda e si leviga, la sua materia si acciottola e si isola dal resto dei sassi, dichiara la sua unità e si fa mondo. Ogni sasso tondo sembra modellato dalle carezze delle mani dell’uomo, come la farina con l’acqua, come una pasta di pane buono. I sassi tondi sono come un mondo costruito per i pesci, sono il loro pezzo di paesaggio sotto l’acqua, sono la massa lavorata e spostata dalle pinne e le code dei pesci. I sassi tondi quando ritornano sulla terra non si mescolano con il suolo, si vedono sparsi, distanti anche quando sono vicinissimi, solitari non fanno affondare nulla, nessun piede e nessuna mano. Il mondo dei sassi è muto ma parla sempre, perché sia le pietre spigolose sia i sassi arrotondati riportano la loro immagine al gesto delle mani umane, quelle che costruiscono i muri e quelle che impastano il pane.

cuoridigesù

Ci sono le baracche, quelle a destra e quelle a sinistra, l’edilizia popolare, quella ultrapopolare, un pò di case anonime della piccola quasi borghesia. Tutte le altezze e tutte le dimensioni. Le materie edilizie sono varie, casuali e sovrapposte come le vite di tante persone che stanno qui. Ci sono tante vite, le accorate, le urlanti, le semplici ma anche quelle sbombate dalle autoradio e dai repertori televisivi dei Talent e dei Reality.

Risalire il vialone Giostra è un viaggio in un’alterazione ruvida delle forme dell’abitare, alterazioni delle geometrie delle palazzine con brufoli, scarti, ampliamenti, chiusure, nessuno spigolo è leggibile per più di un piano, qui l’inorganica costruzione diventa organica e si modifica gemmando. Ovunque si vedono tatuaggi, incrostazioni, materiali e accumuli, panni e drappi stesi da piano a piano, bacili di plastica smisurati e sgargianti. Tutto è portato fuori, in esterno, espulso da case e vite troppo strette, ogni oggetto d’uso è mostrato come effige e identità, la casa, la poverissima casa precaria è un santino, il raggelante pezzo anatomico di un ex voto, un cuoredigesù circondato di filo spinato.

Per caso e per necessità ho attraversato lo slum di viale Giostra vicino alla  rotatoria a fagiolo, ho poggiato i piedi nell’aiuola che è un campo di terra morta dove non germoglia neanche l’erbaccia. Dentro il gruppo di baracche in forma di favelas di quartiere, sono circondato da porte, occhi e finestre e da tetti germogliati di padelloni satellitari. C’è scirocco ed è dura camminare dentro un villaggio baraccato a Messina-Giostra con il vento che ti sbatte in faccia la vergogna, la nostra. Mi risale sulle tempie appena un’insufficiente rabbia.

Chiedo come si chiama quell’agglomerato di casette baraccate, mi lapidano con il sasso di un nome tanto incongruo quanto inquietante, pesante come il seicento gesuita, iconologico come un trattato di teologia, narrativo come la pittura popolare siciliana: – Cuore di Gesù si chiama questo posto! – Ok ora lo so.

Un Cuore di Gesù nell’iconografia sacra è l’esposizione sanguinolenta dell’organo dell’uomo e dio, spesso è circondato di fiamme, coronato di spine, squarciato. Qui il Cuore di Gesù è un luogo: è il ventricolo aperto, le arterie viarie malmesse, l’atrio spalancato, il cuore di case pulsanti; qui ci sono i cuori della gente, i cuoridigesù, i cuori di bambini, i cuori di animali, i cuori di niente, cuori senza speranza, cuori per sopravvivere, cuori, un attimo prima di essere morti. Intanto io nel frattempo sono andato via.

La crisi a scocche

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A scocca, a nocca, a schiocche legate: sono pomodori raccolti in grappolo, annodati in alto e appesi al fresco. Le case del sud, con le loro terrazze spudorate ma in ombra, si affacciano in strada così, agghindate di pomodorini come orecchini a pendolo importanti, con perle rosse lucide e grosse, sospese e dondolanti. Le Terrazze sono stanze all’aperto; a volte intere case stagionali, sbarazzatoi, camere da pranzo, sale tv, stirerie, sale da ballo, doposcuola, laboratori di cucina del pane e di alta pasticceria; luoghi dell’abbiocco e delle carte da gioco, sale da parrucchiera, forni per pizza, salotti di risulta e di paglie intrecciate. Il tetto tettoia è pieno di orpelli appesi di ogni tipo: pomodori, provole, salami, fili della biancheria, camicie, lenzuola, calzette, mollette da bucato, tovaglie di plastica, mazzi di origano e mutande, cuscini di lana e lacci da scarpe, collane di peperoncini, palme di pasqua abbandonate e cestini col manico, vasi vasetti e moschicidi. A quel tetto non è appeso solo il cielo, e nemmeno le stelle, quello si lascia fuori, di sopra, insieme alle stelle lontane. Lungo i mesi d’inverno si conservano le scocche di sole, e di polpa, scocche di tempi contadini e femminili; lungo i mesi d’inverno poi si spolpano, si sgranano e si passano dentro pentole per fare i sughi. La scocca ha un lungo tempo di consumo per tempi di crisi; il terrazzo è un luogo di raccolta umana, per tempi di crisi; la scocca è un insieme ravvicinato e raccolto di acqua, di polpa, sole e di umani, sempre perché per fortuna è tempo di crisi.

L’orizzonte inclinato di ieri

L’orizzonte inclinato pone dei dubbi sulla forma del mondo e sulla forma del vedere; impone la legge di gravità allo sguardo che posa ricordi, immagini, speranze e desideri. Fa scivolare velocemente le idee o risalire lentamente i pensieri.

Cadono i ricordi cullati dall’orizzonte curvo e precipitano sul piano inclinato dell’orizzonte, quello di ieri. Sembra un astigmatismo obliquo senza sfocare le immagini  e che impone una  visione delle cose  nette, ma messe  su un piano inclinato.

L’orizzonte nella costruzione di un oggetto o è una traccia da seguire o un margine da cui allontanarsi: inclinato, mi appare come un luogo autonomo; l’orizzonte inclinato diventa un luogo sospeso tra la corrente di risalita del mare e lo scivolare aereo delle nuvole; quel luogo in mezzo è un’altalena dei movimenti e delle certezze: instabile, indefinito, geometrico e acquarellato. Sotto l’orizzonte, ancora più giù, le lamine delle correnti s’invertono e ciascun flusso è un moto di corpi densi che vive di risalite e precipizi veloci, nuvole di pesci e vortici di plastiche, tempeste di alghe e terremoti di pietre, schegge di coralli e nebulose di plancton monoculare.

La chiarezza potenziale della costruzione o della terra mi riporta tranquillo per posare brevemente parola e pensiero caduti prima della fuga della luce e delle nuvole. Non so perdermi e poggio sguardo e piede sulla tavola inclinata dell’orizzonte, plano, cado e risalgo ma continuo a vedere le cose e la loro accelerazione di moto, un esperimento fisico, un’osservazione con le sole misure umane che conosco: piccole, piccolissime, microscopiche.

la casa sull’albero

Quella sì che è una casa, mi disse il mastro costruttore guardando quel monumentale albero in alto sul promontorio. Era una casa di uccelli, roditori, insetti; era una casa per il suo sguardo, e che ogni giorno faceva una panoramica lenta partendo dalla destra sulla spiaggia poi risalendo sulla strada in curva e impennando infine sulla cima lì a sinistra. Ogni sguardo trovava riposo tra quei rami modellati dal vento, il tronco rialzava la casa su, ancora più in alto, e gli infiniti movimenti di chioma avevano trovato la stabilità temporanea di un fermo immagine. La chioma di un giovane ragazzo baciata e mossa dal vento, era fermata adesso in quell’immagine dell’albero. Luce e movimento rendevano quella casa una chioma, giovane ma antica come la Grecia dei Tragici. Quanti venti da sud e da ovest, quanti aghi sparsi, quanti abitanti fuggiti e mai più tornati; un albero sostiene sempre due pesi quello della terra e quello del cielo, due tormenti e due bellissime vite, due rimandi e due possibili calamità.

Quest’albero casa ha un lato spogliato da foglie e aghi e la luce rende dorati i suoi rami;

dell’albero casa si vedono migliaia di intrecci e anche io mi perdo insieme allo sguardo del mastro, come se il disegno dei vuoti lasciati intorno alle foglie contasse come il disegno delle foglie stesse.