La città al rovescio

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Sdraiato sotto la finestra con la testa ciondolante fuori dal letto, il pomo di Adamo stira la gola e torce le mie tonsille, gli occhi pesano al contrario e la visione della città si rovescia.

Nulla è ciò che sembra, ma tutto è ciò che rimane del tempo veloce o zoppicante che sia, tutto è ciò che rimane dello sguardo lungo o breve passato da qui, tutto è ciò che sembra di un’ idea compiuta o di un lampo d’immaginazione.

La città al rovescio è il cielo al rovescio, è il senso al rovescio, è la fisica al rovescio, è la chimica al rovescio, è il passaggio di stato delle cose fatto al rovescio, è il mio sangue che scorre al rovescio.

La città al rovescio è fatta dai passaggi di stato, dal cielo limpido al vapore delle nuvole a cumuli, dagli strati spessi dei cumulonembi, dalle piogge spruzzate verso l’alto e da spinte in alto per risalire e diventare etere captato dalle antenne sui tetti e terrazze . Vapore poi espanso e liberato nei piani abitati e nei volumi delle case. Le nuvole prima lievi e soffici e poi pesanti risalgono e diventano pesantissimi edifici. Gravano le nuvole sulla linea del cielo in basso e lentamente si tramutano in edifici, in file di finestre e palazzi sospesi in alto. Lassù la città muraria e costruita comprime la linea di terra schiacciandola e affondandoci  dentro , in basso la linea del cielo lieve si stempera e diventa origine . La città capovolta ha flussi contrari e l’aspetto di consistenti cumuli congestus, tutt’al più ti può precipitare sulla testa ciondolante fuori dal letto, o anche precipitare sul pomo di Adamo che stira la gola e torce tonsille, o ancora sugli occhi che pesano al contrario. Comunque la mettiamo, anche al rovescio,  rimango in presenza della gravità.

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La passeggiata, il bosco e il bordo degli odori.

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Il bosco costruito è il mantello dei colli dietro di me, una morbida massa ondeggiata di cime e di chiome raggiunte dai tornanti delle strade. Nel bosco costruito fermi le parole sul ciglio della strada e guardi gli azzurri del mare che ti precipitano il fiato nei compluvi lasciandoti sospeso sul blu e sganciato nel nero grasso della terra torbosa, una terra senza passi calpestati, ma ricamata da migliaia di aghi di pino.

Il bosco costruito è un accadimento di cose perdute e di cose lavorate. Di semi gettati, di semi volanti e di semi deposti, di tagli violenti e cadute rovinose, di intrecci amorevoli e combustioni distruttive.

Il bosco costruito è una raccolta di progetti umani e di prefigurazioni lente di natura e di paesaggio del lavoro. Il bosco costruito è una massa voluminosa ma è anche un bordo morbido intorno alla città e ai villaggi.

Nel bosco puoi camminare sul bordo delle strade e dei sentieri, sul bordo delle selle e dei crinali, sul bordo delle ombre e dei panorami, sul bordo delle case forti e sul bordo delle case diroccate. Camminando sui bordi contratti sempre il tuo equilibrio con il precipizio, sfidi l’attrazione magnetica della terra e delle cose, posi con calma i passi, gli sguardi e le parole.

Prima di arrivare nel bosco ho camminato sui bordi diritti delle saie dei campi a valle, assalito dall’odore violento dei fiori di arancia cascati in terra misto al siero zuccherino dei fichi spappolati. Ho camminato sul bordo dei tornanti spinto dal profumo delle acacie, ho camminato sul bordo delle buche nei campi odorando la terra vangata, poi sono stato sul bordo delle vasche dei palmenti da cui risale ancora l’odore fermentato del mosto antico misto all’aroma delle carrubbe; ho camminato sul bordo delle gebbie dell’acqua dei campi annusando l’odore del muschio delle pareti e dell’acqua verdastra abitata dalle rane. Ho camminato sul bordo dei terrazzi quadrati con la pergola di zibibbo, ho camminato sul bordo di luoghi abbandonati e ho annusato il tempo della loro solitudine. Ho fatto camminare le mie dita sui bordi degli oggetti e mi sono fermato sul bordo delle bocche delle giare della salamoia, sui fianchi freschi del cono smaltato del bombolo dell’acqua, sul cerchio pieno del bavano, sull’apice stretto dell’orcio, sul bordo irregolare del cesto intrecciato.

Ogni passeggiata sul bordo delle costruzioni e ogni scorrimento delle dita sulle forme delle cose è una limitatio rituale delle memorie e degli odori, un’azione di perimetro che conclude una geometria assoluta, una misura della dismissione e del principio.

Nel bosco ci arrivi bordando le curve delle colline e introfulando lo sguardo dentro i sentieri mentre i bordi di cielo si staccano dal bordo degli alberi. Quasi in cima il bosco cambia, sale la strada e sali tu, cambia il fiato e anche i rami, cambiano gli odori e cambia la costruzione.

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Nel bosco ho incontrato delle fosse misteriose ed ho camminato sui loro bordi, ho guardato giù e quegli strani crateri sono ancora foderati di pietra, sono l’inversione improvvisa della linea della terra, sono la mancanza, sono la terra sottratta e foderata di conci. Sono crateri ma erano le neviere dei colli, luoghi inversi dove si conservava la neve e il nevischio schiacciato sotto le felci e la terra; la neve si  prelevava poi nella stagione calda per portarla nella città di mare, quei buchi sono un paesaggio del lavoro climatico, un caveau del prezioso fresco che aveva il compito di gelare il succo dei limoni diluito con lo zucchero e farne granite per gli abitanti di città.

Camminando sul bordo del cratere si osserva un lavoro umano dissolto come la sua stessa materia e merce, dissolto il gelo, dissolto il lavoro e dissolto persino l’odore della neve. C’è il bordo tra due cose che adesso hanno lo stesso odore del bosco.

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La roccia è trina

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La strada sbanda lo sguardo e lo porta in posti che hanno soltanto il tempo di una curva o lo scarto di un sorpasso.

Andando per strada trovi tutto: aria, peso, ombra e forma; una collezione di reperti comuni e singolari ed a volte impossibili e stranianti.

Le combinazioni solide delle cose intorno a noi sono dei cataloghi inventariati o delle misture materiche senza alcun dosaggio a continuo rischio d’esplosione.

Andando per strada trovi tutto: elementi costruiti, lacerti di natura, cancellazioni rozze, giardini sigillati e tempeste di erbe infestanti.

Uno sguardo lanciato dalla corsa di un’auto ha il tempo di misurare le spinte tra le parti costruite e frenare le palpebre spalancandole su strani e improvvisi campioni di natura. Non è una montagna e non è un sasso, non è un Pizzo e non è una Timpa. Solo un tassello di roccia racchiuso tra le costruzioni ed esposto come un frammento d’abaco litologico al museo naturale o come la reliquia di una santa già morta racchiusa nell’edicola sacra.

Ho sempre amato le pietre prima ancora di diventare materia costruita, più erano grandi e più mi apparivano posate dalla mano di un gigante. Le rocce poi sono amatissime,  sono le madri delle pietre: stanno mute e aride ma hanno tutti i codici del tempo e delle avventure della terra, dello spostamento dei mari e delle tempeste violente, hanno incise le storie delle pioggie battenti e delle variazioni di temperatura, hanno la forma visibile degli schiaffi del vento. Le rocce, amate, perchè variano nel tempo il loro stato: si deformano e si incidono, si spaccano e si frantumano, si erodono e si dilavano. Le rocce sono trine: madri di pietre, figlie di terra e spirito dell’origine.

Delle rocce ho conoscenza sommaria ma il loro tempo lungo mi sposta su ere millenarie e nomi dai suoni pieni, suoni che per il loro peso risalgono la gola con calma,  sospinte dalla lingua e dai movimenti della bocca, si poggiano sulle labbra col giusto peso prima di essere suonate dalla voce.

Metamorfiti; Anfiboliti; o minerari Paragneiss.

Questo pezzo di roccia  trovato sulla curva e incorniciato nelle banali costruzioni edilizie è solo una reliquia e racconta la sua natura metamorfica, quella che in geologia è l’insieme dei processi in grado di far variare lo stato  di un sistema solido conducendolo ad una nuova situazione di equilibrio.

il metamorfismo avviene allo stato solido, e sembra  adesso che le parti edificate accanto creino la nuova situazione  improbabile. Ho sorpassato la roccia con lo sguardo. Metamorfica, la roccia cambia lo stato dell’intorno, è solo un possibile equilibrio dell’edilizia inconsapevole o un ostensorio della natura. Alla prossima curva un albero sosterrà l’orizzonte.

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