Touch City

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Grandi, eccessive, sovrabbondanti e brulicanti: sono le navi da crociera.

Arrivano in porto e stanno poco, solo il tempo veloce del Touch City, liberano corpi variegati e vacanzieri: gente dal passo veloce o dal passo incerto, vecchie, giovani e bambine con i loro vecchi, le loro giovani e le loro bambine. Toccano la città poche ore e poi scappano per toccarne e collezionarne delle altre.

Il porto di questa città è dentro la città, così quando arrivano le navi da crociera le senti presenti di tutto il loro carico urbanistico temporaneo: peso, corpo, densità e affollamento. Le navi alte escono fuori dai tetti, incombono e sovrastano la palazzata sul porto, murano i cannocchiali delle strade perpendicolari al mare, rimisurano i volumi costruiti; i fumaioli, le luminarie e gli otto volanti dei ponti superiori riconfigurano lo skyline urbano; improvvisamente le terrazze dei palazzi sul porto sembrano sopraelevati dai luna park dei crocieristi.

La mattina quando mi fiondo da casa correndo in discesa ripida sulla via santagostino miro al mare, mi appaiono improvvise partiture di nuove finestre mai viste, seriali linee e quadratini in campo bianco, ponti e vetrate; tra distrazione e assopimento mi chiedo cosa c’è di diverso oggi in città? Poi ricordo e rammento che li c’era il mare, il porto, la punta estrema della falce che abbraccia la città e la stele bianca con la madonna benedicente, per oggi c’è un nuovo palazzo è mobile e schiaccia la prospettiva.

Mi sono sempre immedesimato nell’affaccio degli abitanti dei palazzi-città e in quello dei degli abitanti dei palazzi-crociera, gli uni disturbati dall’invadenza momentanea di sconosciuti che si ficcano coi loro sguardi nelle camere, entrano nelle intimità del vivere privato murando la bella vista verso il mare; gli abitanti di città per pudore tirano le tende e coprono i letti sfatti- gli altri affacciati sui ponti, avvicinandosi alla città si ritrovano dentro le sgangherate terrazze dimesse, tra variegate tettoie e casupole in alluminio, loro si sporgono e sembrano toccare con mano il bucato steso e i serbatoi in polietilene, si ritrovano con i gomiti poggiati sulle scorie in eternit degli sgabuzzini e accolti dalle serali padelle delle antenne satellitarie.

La Touch city vive di sguardi fugaci, sveltine e desideri. Corpi che entrano, consumano e fuggono. Un ricordo spesso solo digitale è condiviso sul social network e spostato nel mondo senza tempo e senza luogo. È passata la giornata, il suono lungo della sirena indica che la nave lascia il porto, la nave va e lascia Touch City.

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