i passanti scomparsi

 

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“…Insomma, gli spazi si sono moltiplicati, spezzettati, diversificati. Ce ne sono oggi di ogni misura e di ogni specie, per ogni uso e per ogni funzione. Vivere, è passare da uno spazio all’altro, cercando il più possibile di non farsi troppo male.”

Sia che si parli di città e quartieri, di aree marginali, periferie o centri storici o anche persino di condomini, o anche villaggi con villette unifamiliari e villone extralarge, la frasetta del buon Perec usata all’inizio, me la porto sempre in mente.

Ti facevano studiare che il senso dei luoghi aveva ragion d’essere proprio perchè avveniva un miracolo insediativo: quello che riconosceva e attribuiva a qualche singola parte di quel luogo un valore comune, un lampo dell’essere e quindi dell’habere, un abitare legato alla relazione insperata fra diversi, quella che permetterebbe fuori dall’abitazione-dimora di sentirsi parte abitante che può deporre le protezioni e girarsi persino di spalle.

Nella moltiplicazione degli spazi contemporanei la comunanza si restringe al caso e all’occasione; e questo è direttamente proporzionale alla velocità di attraversamento e all’instabilità permanente.

La moltiplicazione delle esperienze possibili in una stessa giornata e in uno stesso luogo produce perimetri, luoghi di stabilità apparente, a volte cluster. Sulle soglie di questi perimetri si ricostruisce il terreno comune, corridoi che attraversano o che si modellano sui confini dilatando le soglie e divenendo stanze.

Ogni passaggio tra uno spazio e l’altro è la vita. Aprendo delicatamente o forzando le porte si mette in moto una possibilità, malgrado la convivenza separata o quella prigioniera.

Quante stanze ha questa casa? mi viene da dire,

“Una per ogni voce” mi rispondo a mente,

“E quanti salotti ha?”

“Tanti quanti i culi che ci si siederanno !”

“Quante lampade e quanti letti, quanti tavoli e quanti quadri?”

“Troppi gli dissi, “

e aggiunsi:

“Qui le cose hanno vita propria, galleggiano senza le persone scomparse tutte nei vari traslochi.”

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Trovare l’abito

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Prima di incontrare il progetto capita di incontrare l’esistente. L’esistente non è solo quello che è stato costruito dal nulla e che adesso inciampa nelle altrui volontà e nelle tue attività.

No, l’esistente è spesso un groviglio di fatti, un ingarbuglio di azioni e di reazioni.

A chi capita d’intrufolarsi in luoghi costruiti ma sgrammaticati, capiterà di sbattere con gli strati della polvere annebbianti e il patrimonio olfattivo della storia, tasterà le pietre i muri e le travi improvvisate e affonderà nel manto di sporcizia sul pavimento.

Nel  momento in cui devi capire come andare aventi e capirne il senso, misuri lo spazio delle cose imperfette e vai giù a stendere fettucce graduate a lanciare raggi laser magari incrociandoli con le misure sentimentali fatte dai passi, dai palmi di mano e dalle occhiate sintetiche.

Poi alla fine quando sei tutto immerso nel lercio della storia, nella contorsione degli avvenimenti, negli errori delle cancellature e negli scarabocchi delle costruzioni, hai ammonticchiato foglietti annotati da numeri e decine di riferimenti.

Arriverà il momento delle restituzioni in pulito, di come dare forma disegnata a ciò che hai visto e toccato carnalmente, a quel corpo su cui ti sei disteso, che hai sfiorato e palpato. Misure e misure, angoli e triangoli magici che ti fanno ritrovare le posizioni dei punti.

Una codificata scienza del rilievo riporta a forma l’informe, ed ecco che linee e segmenti schizzano da punti piegati e raggiungono il punto vicino, poi il punto prossimo e poi anche quello distante. S’inseguono da punto a punto e da muro a muro, ogni rimbalzo è una certezza del disegno e una preparazione per il progetto. Alla fine si arriva al disegno di una mappa terrena, nessuna stella polare ma solo muri e misure, incavi e anditi, spigoli e sagome, tracciati e scalini, mancanze e finestre, passaggi e soglie infinite. Una planimetria con tanti triangoli per capire dove sono poste le cose, un groviglio da cui uscirne, un cartamodello di realtà per un mondo nuovo tutto da fare. Ci penso e sono come quei grovigli di linee tracciati su un foglio che guardava mia nonna,  io entravo e dicevo: “Ma che stai facendo?”, e lei: “Niente guardo queste linee, è un cartamodello burda, seguendo queste linee troverò le parti di un abito importante,  le taglierò e poi le cucirò”,  io invece oggi, a chi me lo chiede, rispondo che tra queste  linee che ho tracciato sulla carta troverò le parti di una abitazione, forse perché abitare è solo un posto dove deporre l’abito.

il magnete e la bomba (Dialogo sul costruire)

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“Costruire una linea provvisoria tra due mari è un esercizio di decisione, ti dico! “

“Mah, mi semba che è una decisione labile quella che pone un dentro e un fuori proprio lì! Disse lui, “è una specie di contraddizione stabile nello spazio aperto.“

Cercai le parole. – “Mi spiego: un muro di legno fatto così ,orizzonta i passi, inventa righe su cui poggiare l’aria vorticosa , le aspre montagne, e i riccioli  variabili delle onde, è come un piano inciso dagli occhi che guardano da entrambe le parti della staccionata.”

“Ma perché costruisci? Cosa ti manca?” disse lui quasi preoccupato dalla mia malattia di costruire.

“Non mi manca niente, ho tutto davanti, ma poi quel tutto è troppo e quindi cerco di riordinarlo su una pagina,” mentre dicevo quelle cose era come ragionare a voce alta, “Costruendo quel muro ho davanti  come una specie di pagina a righe, astratta come una linea analitica del ragionamento.Fuori dalla pagina è rimasta tutta la meraviglia delle nature inconciliabili, dei venti violenti e dei movimenti delle correnti.”

“Ma è tutto già pieno, non credi che togliere sia meglio di mettere?” mi disse preoccupato;

Guardandomi con cortesia mi disse quasi per convincermi :“Dai , togli qualcosa e vediamo che succede.”

“Guarda che togliere è il mio pane, ho tolto tutta quell’aria che circolava, l’ho sistemata appena un po’, e devo dirti che mi sembra già più in ordine. Che ne so, ho come fatto una riga sulla sabbia.” Mentre spiegavo pensavo, ma cercavo le parole, volevo essere il più chiaro possibile :

“E’ come la riga fatta ai capelli quando sei bambino prima di uscire e prepararsi ad un incontro con persone serie, la riga ti riordina un po’;”

Forse  mi avrà segnato quella scriminatura dei capelli netta e immancabile che mi faceva mio padre prima di uscire, ci pensavo quasi sentendo il passaggio chiaro sul cranio con il pettine d’osso in aspersione d’acqua miracolosa, passavano i denti stretti dividendo le ciocche lunghe e portandole  a sinistra , mentre a destra restava il corto, ma era un ordine provvisorio come questo muro temporaneo sulla sabbia, dopo arrivava la vita e portava lo scompiglio. 

“Tu parli di righe, ma a me piacciono i ghirigori imprecisi della natura, quelli che non puoi fermare con le mani e che nessuno riesce a costruire, qualcuno ci ha provato, li ha messi sulle case ma alla fine case erano, li ha messi su trochi di pietra ma alla fine erano solo colonne, li ha ripetuti in tralci contorti sotto i balconi ma non erano lievi come i rami.” Ripeteva una frase, con un tono serio quasi per convincermi. “È tutto già fatto, non ti offendere ma le righe non mi piacciono e neanche mi servono.”

“Hai ragione ma anche nessuna ragione: una calligrafia dello spazio vive pure senza le pagine a righe, si dispone a piacimento, si sovrappone senza ordine e ne ha una sua ragione. Una pagina come questa è solo un campo in cui far fermare degli occhi e trovare qualche misura. Lì dietro passano le storie e i corpi ,  puoi anche vederli, solamente che non sono storie dichiarate, ci sono tanti sottointesi e anche qualche equivoco, poi arrivano anche i venti  lì dietro su entrambe le facce, da nord  si ammassa il maestrale, mentre da sudest si stocca lo scirocco.Sul muro inciso dalle righe, i venti vivono a lamine e si mescolano a strati.”

“Si va bene, tu spieghi e sai cosa dire,  ma a me piace essere libero, non mi piace essere amministrato da un muro e da una protezione , io voglio rimanere immerso in quel che c’è, mi piace spostarmi e non mettere fondamenta.”

“L’immersione è un’esperienza multisensoriale, vive di equilibrio e si appoggia a dei limiti, si intrufola in canali e poi trova improvvisi slanci in luoghi rarefatti, la densità fa faticare e i passi sono più piccoli, ma poi per sempio ti trovi nel bel mezzo di un posto ampio e… sai ,tu dici che vuoi essere libero di spostarti dove vuoi, ma nei posti  molto aperti succedono cose strane, le persone si  riavvicinano per non perdersi, si densificano intorno alle ombre, si appoggiano alle superfici, si chiedono e ti chiedono dove stare.”Cercavo di spiegare l’esigenza delle costruzioni, quasi la richiesta  naturale all’edificazione, ma sapevo che non lo convincevo e continuavo: “La paura del vuoto la puoi vedere nei grandi spazi urbani, nei campi distesi delle pianure, nei grandi spazi contenitori senza folla. Anche qui dove siamo adesso, puoi non aver nulla e stare bene ma puoi anche trovarci delle cose e meravigliarti che non hanno tolto nulla alla bellezza. Lo so costruire sembra necessario ma a volte è anche davvero superfluo, lo vuoi e ti respinge.” Lo dicevo e fra me pensavo : è così da sempre! e  da sempre ci saranno stati dialoghi faticosi come questo.

Lui perentorio : “Ma nella bella natura, costruire mi respinge sempre, di questo  sono sicuro!”

“ Nella natura accadono tante cose , nessuna natura è immobile, persino quella pietrosa e secca subisce variazioni minime visibili solo a chi vuole vederle, sono modificazioni per dilavamenti delle piogge, per i venti  e  per gli eventi tellurici per esempio.”

Prendevo fiato mentre l’aria passava dalle righe del muro di legno: aria fresca da nord e calda da sud, cercavo, parlandone e dialogando con lui una superiore giustificazione all’atto originario del costruire.

“Sai  a volte, la bella natura, come la chiami tu, si appoggia anche alle costruzioni, se riescono nel loro compito e se sanno cosa fare, quelle costruzioni sono un dispositivo potente, una doppia arma in mano alla natura e in mano agli uomini,  sono magneti e bombe esplosive , attirano vita, parole, corpi e sguardi, e  tutti gli strati di natura presenti in quei luoghi,  poi d’improvviso dopo avere accumulato l’energia diventano bombe facendo esplodere i  desideri, si spargono intorno e ritrovano la natura.”

la città e il salotto abusivo

3scalaUn giorno di qualche anno fa sotto casa abbiamo provato a fare con degli allievi architetti un salotto abusivo: istallarsi per un giorno, teatralizzare lo spazio urbano, comporre gli elementi, immaginarsi una quotidianità, non costruire nulla , reperire tutto, riservarsi la sorpresa.

Nel salotto abusivo l’ospite casuale che arriva e che passa, raramente si comporta naturalmente, non varca la “soglia”, non si siede sul divano, riconosce nello spazio abusivo apparso improvvisamente un implicito titolo di proprietà invalicabile. I cittadini guardano da lontano e di sott’occhio l’irruzione di un interno domestico in un esterno urbano.

Pochi si siedono e conversano ma almeno i bambini giocano. L’esperimento non ha un processo rigido, immette lampi di normale esperienza quotidiana domestica nella città, il salotto, i piccoli riferimenti universali, gli oggetti d’uso, il cappello, i fiori. Ma il rovesciamento del mobilio in un esterno scompagina le abitudini degli abitanti ed esclude la colloquialità immaginata.

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Strani comportamenti quelli dei cittadini a cui si cambiano le coordinate della proprietà, le consuetudini dei recinti, le immaginazioni precostituite. Nel salotto abusivo e libero non sapevano come comportarsi e non si sedevano, mentre poco più in là nelle terrazze dei bar in Galleria altrettanto arredate di dondoli e stufette, di divani e ferri battuti, di tavoli e ombrellini l’accoglienza a pagamento e le funzioni proprietarie dei luoghi li tranquillizavano.

La città e le case sono materia di tutti, talmente osmotiche alle nostre vite che ci accompagnano dalla nascita, i nostri corpi vi galleggiano dal primo giono di  vita fino alla morte; ma le città e le case sono le esperienze anche dirompenti e incomprensibili  per le consuetudini e l’esistenza degli abitanti.

Attraversarle, viverle, capirle, costruirle, ripensarle, progettarle, liberarle, occuparle, scambiarle: il salotto abusivo e la camera annessa è stata lì dalla mattina alla notte, il teatro della città ha fatto da spettatore silente aspettando la sera  i “veri” attori dilettanti che hanno disegnato  coi loro corpi incappucciati le traiettorie tangenti del Quad di Beckett. il giorno dopo era tutto come prima , la città era ridiventata normale senza turbare nessuno.

Senza titolo

 

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orti

Fino all’ultimo centimetro quadrato! Sulle marine strette del sud o parli di edificazioni o parli di orti, gli usi dei suoli sono così.

Gli orti sono intensivi, sovrapposti, tangenti, non gerarchici, sconnessi, seriali, frammentari, e tutte le trame sono visibili; prima dei germogli e della vegetazione sta tutto dentro i campi sotto i piccoli sesti tracciati, reticolati e striati. Sono cretti geometrici morbidi a volte segnati sulla terra con decisione, altre volte incerti, orti per segni orizzontali e verticali, traslati superiormente e lateralmente.

Questi disegni ottimizzati nati dall’utilità sono come delle cicatrici sulla faccia della terra, ricamate a crudo e propiziatrici di vita, prima dei germogli, dei frutti e dei baccelli annunciano un’ornato planimetrico dalla composizione misteriosa che rivolta per pezzi il mantello di terra. La chiazza e la lacuna verde quando appaiono sorprendono per l’improvvisa compiutezza arrivata un giorno per caso mentre il campo accanto rimane cretto: quadrati, strisce e rettangoli di tanti verdi sfumati e differenti, strisce passatoie e francobolli a fioriture e bacche diverse sono frammenti senza relazione apparente e come in città martoriate da compound familistici vivono senza osmosi; hanno le loro densità, non si connettono per immaginarsi un luogo comune ma solo per prossimità utilitaristica delle risorse dell’acqua, del sole e dei passaggi. Certi orti sulle marine strette del sud sono una vita senza progetto generale ma con tanti progetti individuali, comuni soltanto alle similitudini e all’appartenenza, caoticamente ornano il paesaggio, lo affastellano lottizzandolo per necessità, la forma geometrica di ripetuti codici a barre per fortuna ciclicamente si dirada perché ha la consistenza irrigua di una stagione.

terra a zolle

zolle

Il viaggio contromano nella strada tra la campagna e la città trova spesso zolle abbandonate, c’è terra contro l’orizzonte e il parabrezza inquadra tutto ciò che c’è.

Le zolle sono parti e le parti resistenti mi sono sempre piaciute. Le parti sono quello  che resta  di compatto da un mantello di terra arato, sono anche quel che si contrae per il freddo e per la forza della chimica , per la struttura coesa nei dilavamenti , sono masse di calore e umori, sono quelle parti che non si rassegnano alla loro caduta e alla bellezza della fecondità del coesistere. Sono parti solide di terra che si avvicinano intimorite nei rivolgimenti e restano insieme solo il tempo dello spavento.

C’è un momento in cui la terra a zolle attende un’altra mossa e così può fare tutto, accogliere semi, farsi bastonare dalle vanghe, sollevarsi con il lavoro delle pale, farsi trafiggere da alberi, calpestare dai passi e le braccia di chi la possiede. Può riempirsi di morti e frutti, di fiori e di vermi. La terra a zolle aspetta sempre un’altra mossa ed ha un momento in cui è uguale sia se attende i buchi per gli alberi sia se aspetta i pilastri di una costruzione, tutto quello che accadrà, sarà trattato dal tempo e dalle cure, adesso è uguale, anche se poi sarà un’altra cosa.

Nella vicenda di una zolla può capitare di tutto, avere dentro la vita o avere dentro la materia sterile, chiamare le mani degli uomini o la forza della pioggia, sgretolarsi per disseccamento o per l’accaparramento di minuscoli insetti infaticabili. La zolla è visibile un attimo prima di essere spostata massicciamente dalle ruspe, aperta e fondata da calcoli terreni, la zolla sta esattamente fra le mani e appare solida, poi basta un gesto minimo la premi e la spargi sulla terra in grani e granelli, resta comunque sempre salva una piccola zolla,  ed è come una ricordanza di un’origine.