Trovare l’abito

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Prima di incontrare il progetto capita di incontrare l’esistente. L’esistente non è solo quello che è stato costruito dal nulla e che adesso inciampa nelle altrui volontà e nelle tue attività.

No, l’esistente è spesso un groviglio di fatti, un ingarbuglio di azioni e di reazioni.

A chi capita d’intrufolarsi in luoghi costruiti ma sgrammaticati, capiterà di sbattere con gli strati della polvere annebbianti e il patrimonio olfattivo della storia, tasterà le pietre i muri e le travi improvvisate e affonderà nel manto di sporcizia sul pavimento.

Nel  momento in cui devi capire come andare aventi e capirne il senso, misuri lo spazio delle cose imperfette e vai giù a stendere fettucce graduate a lanciare raggi laser magari incrociandoli con le misure sentimentali fatte dai passi, dai palmi di mano e dalle occhiate sintetiche.

Poi alla fine quando sei tutto immerso nel lercio della storia, nella contorsione degli avvenimenti, negli errori delle cancellature e negli scarabocchi delle costruzioni, hai ammonticchiato foglietti annotati da numeri e decine di riferimenti.

Arriverà il momento delle restituzioni in pulito, di come dare forma disegnata a ciò che hai visto e toccato carnalmente, a quel corpo su cui ti sei disteso, che hai sfiorato e palpato. Misure e misure, angoli e triangoli magici che ti fanno ritrovare le posizioni dei punti.

Una codificata scienza del rilievo riporta a forma l’informe, ed ecco che linee e segmenti schizzano da punti piegati e raggiungono il punto vicino, poi il punto prossimo e poi anche quello distante. S’inseguono da punto a punto e da muro a muro, ogni rimbalzo è una certezza del disegno e una preparazione per il progetto. Alla fine si arriva al disegno di una mappa terrena, nessuna stella polare ma solo muri e misure, incavi e anditi, spigoli e sagome, tracciati e scalini, mancanze e finestre, passaggi e soglie infinite. Una planimetria con tanti triangoli per capire dove sono poste le cose, un groviglio da cui uscirne, un cartamodello di realtà per un mondo nuovo tutto da fare. Ci penso e sono come quei grovigli di linee tracciati su un foglio che guardava mia nonna,  io entravo e dicevo: “Ma che stai facendo?”, e lei: “Niente guardo queste linee, è un cartamodello burda, seguendo queste linee troverò le parti di un abito importante,  le taglierò e poi le cucirò”,  io invece oggi, a chi me lo chiede, rispondo che tra queste  linee che ho tracciato sulla carta troverò le parti di una abitazione, forse perché abitare è solo un posto dove deporre l’abito.

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