Abito, la spiaggia

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La spiaggia come spazio pubblico urbano è un grande contenitore delle storie di ogni giorno. Un’esposizione condensata di fatti e misfatti, di tempi e di abbandoni. Un‘esposizione mercantile di corpi, abiti, profumi , ma anche di intimità e di rifiuti.

Ho trovato una barca in secca sulla spiaggia ed era sicuramente la più bella vetrina dell’estate, tra il Lanternino e il Pilone, poco più su dell’ombra arrostita e cannizza della Pinnazza. Uno scafo largo quanto i fianchi del Mediterraneo e con l’altezza compressa quanto quella di una casa opprimente di pescatori.

La vetrina è un’onda di mare, un flesso costante di sinusoide, un combinato di cromie accidentali. L’occasione fa l’uomo genio da queste parti e fra questi  il mercante di passaggio, che trasforma l’esposizione visuale in una plastico drappeggio di dei senza corpi.

Resta il vento che sposta i drappi, restiamo noi che abitiamo la spiaggia e uniamo i continenti; noi che raggranelliamo le sabbie e i cocci e li spostiamo  senza motivo di qua e di là.

Come i famosi bagni misteriosi della metafisica in uno spazio esteso e infinito si è come prodotto un grumo, un congelamento astratto di corpi , di viaggi, di abiti. Gli dei svolazzano al vento e lasciano i corpi da un’altra parte; lo ripeto quel mercante è un genio.

 

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Campi, geometrie e letti sfatti

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Di Google Maps si è scritto di tutto, se ne è teorizzata la misteriosa metafisica e  la pregiata prosa geografica, se ne è topografato il suo uso, si è assunto il processo cognitivo elaborato dalle mappe avvicinandosi banalmente sempre piu vicino  alle proprie piccole case, sempre piu prossimi alle proprie stanze abusive, agli stanzini dei panni sporchi sui propri balconi. L’occhio panottico è precipitato da un satellite lontanissimo, e così precipitando, va  a fondo spingendo  sul tetto della tua casa, tirato e succhiato dalla scritta digitata sul search, il tuo desiderio di viaggio sprofonda sul giardino incolto del tuo quartiere, cadi e ti fai male fra i rottami e le sedie rotte accumulate nel cortile abbandonato, ti accorgi finalmente di com’è marrone il giardino del tuo vicino.

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Il maps è poi alla fine una collezione in esposizione e senza regole, fatta di tetti, di coperture occasionali, di ombre e di scarti, una modellazione di lotti costruiti, di residui agricoli, di parcheggiatori abusivi e sfere e masse arboree, un virtuale salto pruriginoso tra le sconcezze della tua città , un intrufolarsi tra le tette sudate delle colline dietro la periferia, un coito violento con la città smagliata, il maps è la caduta definitiva dell’angelo  accanto a te. È il cartografo pop e della porta accanto, è il guizzo sonoro che avvicina e balza Trinity di Matrix dai tetti dei grattacieli fino al marciapiede più lurido della  tua città.

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Il maps è ancora sontuosamente descrittivo e restituisce disegni bellissimi; è anche esibizionista  e superficiale, butta l’occhio pruriginoso dentro il lavandino del tuo cortile e poi risale in cima al Monte Bianco, penetra la tenda del  dondolo sul tuo balcone e con un fruscio risale sulla cupola di San Pietro, voyer dal satellite e flaneur della geografia.

Noi alterniamo viste mirabili e totali con precipitazioni sulla terra, come su giostre rumorose del ferragosto che ci stramazzano al suolo in una violenta frazione di minuto. Qualcuno disse che l’importanete non è la caduta ma l’atterraggio e cosi ci consoliamo della caduta guardando cosa avviene accanto a noi, eppure così la città dei grandi disegni urbani, dei ricami morfologici e delle trame  poi si trasforma nell’imbarazzante vista dell’intimità di un letto sfatto.

Per fare questi salti poderosi occorrono gambe e ginocchia forti, per fare questi salti occorrono tasti e dita martellanti , per fare questi salti occorrono pensieri visionari e curiosità meschina.  Tra i  salti che portano dalla Torre Velasca al cortile d’asfalto invaso dalla gramigna, si può piombare tra dei  campi di gioco urbani, degli strani processi adattativi  alla forma della città, delle geometrie malleabili che deformano i rettangoli e le loro regole, le forme del gioco e le loro soluzioni, uno strano plasticismo degli spigoli, un gioco misterioso che trasforma le viste planari in luoghi di strana radura: si è fatto spazio nella città e il gioco dura solo 90 mn al massimo due volte alla settimana.

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Come Morpheus di Matrix risaliamo dalla terra alla cima del palazzo forse verso il satellite  mentre i numeri delle stringhe alfanumeriche precipitano, e i campi sembrano solo dei letti sfatti.

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le terrazze sono spugne

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Di giorno aumenta lo spessore del caldo, di sera si sposta l’odore del gelsomino, domani si morderà il sapore del pane, adesso si guarda la freschezza dell’ombra.

Sensi seri, sensi distratti, tavole dure da scorticare, la mano sfiora tutto quello che trova e poi affonda nell’acqua raccolta, scuote l’acqua, la prende in pugno e la butta via.

Vago tra questi gesti: colpevole è il caldo che rallenta le azioni e le rende esatte.

Le terrazze sono piazze singolari, sono stanze senza tetto, sono balaustre per le braccia, sono attese della notte e pause grevi della giornata che brucia; le terrazze proiettano raggi domestici, repertori d’arredo, panni stesi, briciole, pistacchi e bicchieri di vino dolce; le terrazze sono degli aggettivi determinativi per le cose quotidiane. Sono stati di luogo e stati dell’animo.

Le terrazze sono orti botanici portatili, concimaie, contenitori d’insetti, vasi rotti e sedie libere, sono i cuori aperti delle case esposti in quel punto sospeso ogni giorno tra la terra e il suo cielo; sono fatte dal rimbalzo continuo del mare un giorno steso sull’orizzonte e poi l’altro corrugato sulle creste delle onde.

Le terrazze sono prosecuzioni di stanze che chiudono le porte, stanno affacciate sulle corti e sulle strade e guardano i tetti più bassi; sono saloni per l’estate e per i balli illuminati, guardano te che arrivi e tutti quelli che vanno, avvistano con sorpresa gli uccelli, la salita e la discesa del sole, le lune bianche e le linee stellari, sono camere ottiche e cinema di nuvole, mentre sono disegnate dai giavellotti dei passaggi degli aerei.

Le terrazze sono case vuote e abbandonate, planimetrie deserte e porte sbarrate, raccolgono tutte le piogge che possono mentre cedono il calore accumulato, luoghi esposti ma sollevati, aspettano lo sguardo e da quello si difendono, sentono e vedono i corpi organici e inorganici della città, si posizionano e cercano di capire come le cose sono fatte. Vedono il manto costruito che copre la terra: è rappezzato, stracciato, tessuto, scucito, liso, rammendato, sovrapposto, ricamato, intrecciato. I fili del manto sono impunture di corpi variabili riconoscibili e anche confusi, di ogni tipo e ogni forma. Corpi inestetici, corpi scolpiti, corpi erosi, corpi deformati, corpi frantumati, corpi incisi, la terrazza è una piazza singolare che sottopone qualsiasi con-figurazione alle azioni dello sguardo, i corpi si ripresentano all’intelligenza del vedere “alterati” dalla vitalità porosa e permeabile delle costruzioni, da lontano ogni parte spugnosa è capace di rissorbire la ferita originaria e ricostruirsi nella relazione tra l’edificazione la vita e la città,

I corpi hanno spessore come il caldo che aumenta, protetti dalla vicinanza reciproca,  lo sguardo affonda nella città, scuote lo spazio, lo prende in pugno e fra le dita incomprensibilmente scivola via.

Conficcato al Trivio

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L’estate brucia e le curve mi fanno risalire i colli sopra la città. L’estate brucia e porta via quello che non vorrei. Al trivio:-  tra la risalita, la continuazione e la svolta – sta conficcato in terra un palo nero con alcune braccia a forcella; l’albero di prima è morto crocifisso, è stato deposto e sepolto dal fuoco, quest’albero come nel quadro di Sibiu è un palo teso e un tizzone spento, quest’albero  come nel quadro di Anversa è un legno spoglio per issare carne.

Quello che  vedo è solo questo ramo combusto, nero come pece, morto come un morto, e da cui sono svaporate le foglie ed è stata risucchiata la linfa.

Lo sfondo azzurro, impietoso per la sua bellezza, accompagna  la figura, la porta via dalla natura e la sposta nell’accidentale luogo delle cose artificiali: tra cielo e terra si è infilzato un palo nero, senza nessun corpo santo e ladrone fissato e legato, ma con uno strano miracolo intorno alle sue braccia monche che prima erano vegete; la chioma rinata si aggrappa ai rami in una nuvola bianca lattiginosa e densa, apparizione risorta tra cielo e terra. Il tizzone nero ha i corpi umani contumaci e una nuova improvvisa surrealtà, il tizzone è solo, al trivio, tra la risalita, la continuazione e la svolta, non c’è più linfa ma la sua nuova chioma è labile e poetica.