Il vento sposta i muri

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Muri fatti con le mani, muri aperti con gli occhi, muri costruiti dalle parole, girando per le strade della città ventosa tutto si consuma, che siano mani o che siano muri , che siano sguardi o siano voci.

Un muro è la sottile palpebra tra dentro e fuori. La possenza è solo l’apparenza.  Il muro spolvera e si scompone; spolvera ossido ferroso e trascolora l’argilla, la pasta tra i mattoni si incurva e si assottiglia come levata da un dito affondato nella malta.

Levare mattoni e levare parole, aprire varchi e trovare lo spazio percettibile.

Quando si costruisce un muro, un solaio o si ammorsano due angoli, metti inizio alle tre dimensioni, regoli i fili e cali il piombo, batti i livelli e assesti la bolla. Allinei, tiri su e conti le file. Muri odiati dai panorami, muri impossibili all’esibizione, muri nascosti da verdi rampicanti, muri chiazzati di storie ammuffite e storie grattate da dita coltelli e punte. Muri sbriciolati dal vento che sposta ossidi, polvere, argille e storie dei calanchi, sale sudicio e corpi traspirati, sabbie e incisioni della luce di esposizione. Io mi blocco davanti ai muri, affondo il dito e grattando levo la malta che li tiene insieme, li sconnetto poco, togliere poco è sempre meglio che mettere troppo, il resto lo fa il vento che sposta ogni cosa. Il vento ha aperto una breccia, guardo dentro trovando intense e insieme piccole profondità. Il muro è un ordine regolato e ogni mancanza è una possibilità.

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il tetto della strada

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Sono andato sotto il tetto della strada, è un lungo viale in cui la luce del sole è scomposta tra migliaia di foglie e forse più. C’è tanta vita di ramo, luoghi carnali e volatili appoggi. La volta di quel tetto, malgrado tutti quei rami e tutte le foglie è piena di spazi, pause tra pieni, corpi  di aria e di luce, intervalli ricamati per caso e per necessità.

Chi sta sotto non può volare, al massimo può camminare. Nessuno sale sui rami, nessuno va sopra il tetto.

I passi li accartocci nelle foglie cadute e il cammino lo sminuzzi in una polvere gettata al  vento. Dove c’è un albero c’è un tetto, un luogo di fermata e discussione; dove gli alberi aumentano e si intrecciano vive la città dei rami, un ramo intreccia l’altro, insinua la forza e penetra l’aria e lo spazio. Lotte dure quelle dei rami,  lotte senza sosta per cercare la luce, sbalzi, aggetti e inquietudini strutturali. La volta che forma il tetto sopra la strada è il mondo dei rami e degli spazi e in cui i miei passi cercano il cammino in terra, i percorsi proiettati intrecciano le sorprese incontrate, gli inciampi avvengono sugli arabeschi strutturali delle stagioni.

Mobìlio urbano

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Torna la bella stagione e le piazze si riempiono. Evviva torna di nuovo il mobilio urbano messo a  riparo per tutto l’inverno.

Una piazzetta come estensione di casa propria è un’idea di città partecipata dai propri scarti:  partecipano in massa  le sedie del terrazzo, anche quelle messe fuori vent’anni fa e levigate dal sole del Peloro, si sono aggiunte quelle ricomprate a buon prezzo all’emporio no-design e che brillano al primo sole di maggio; indimenticate tengono posizione quelle del bar con plastiche intrecciate come midollini dal giallo sole e dal color succo  di mandarino; poi resistono le sedie  vintage degli anni 70 stampate tutte insieme e estratte in un solo anno da una cava di polimeri moderni. Giù in fondo affacciate al balcone sul mare, in posizione di prestigio  come ogni anno, si ritrovano le sedie dispari della camera da pranzo che fu acquistata nei lontani anni ‘50. Pure se hanno perduto insieme al buffet e al controbuffet anche il tavolo e  le loro sorelle, sono ancora, in numero dispari ma perfetto,  la forma e la sostanza; appaiono ai naviganti come accoglienza domestica, sono il buongiorno e il buonasera e il benediciti, sono sfatte come le vecchie cosce e tinte come i colori dell’amica allieva parrucchiera. Le sedute, che avevano portato i pesi di tre generazioni in tutte le feste, i matrimoni, i battesimi e i funerali sono state rifatte. Molle tesate e fodera in similpelle restano un mistero di promiscuità tra le intime piegature dei muscoli e della pelle, le natiche stampano il loro imprinting  in tempo di canicola; l’imbottito  resta compresso e infine all’aria ritrova volume sfiatando stancamente.

Tutte le sedie per tutti i target, tutte le vite in una piazza, tutto un trasloco da dentro a fuori, tutto quello che non riconosci nella semplice panchina di pietra si trasmette nell’opera di mobilio urbano che ogni anno si ripresenta. È una comunità di individui che non si riconosce in nessuna panchina comune, in nessun silenzio o espressione sottotono; le sedie, sole o in compagnia, stanno sul suolo della piazza e  vivono al massimo di apparentamenti tribali. Vivono sullo Stretto, e guardano dalla balconata in fili d’acciaio accordata agli stilemi del tinello scomparso ma con sedie survivors. Tutti in Piazza, ciascuno secondo il suo culo, ciascuno secondo le sue capacità e anche le proprie necessità.

“Chi sogna può muovere le montagne” – “o anche i mari”

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Una barca-porta è un oggetto ibrido. E’ una diga di svuotamento e allagamento che chiude i bacini di carenaggio facendo da tappo al mare

Messa lì dove l’ho trovata, sembrava un reperto, una barchetta  di un gioco archeologico seppure alla dimensione dei Titani.

– Tutta l’Acqua fuori-  gridavano, aspettando che il mare uscisse e si svuotasse la stanza; la stanza si svuotò e apparve la stazza di una nave:  all’asciutto finalmente puoi vedere tutto e tutto appare greve e sporco incombendo sulle figure piccole degli umani.

Manine, Puntini in movimento, lamette, chiodini e martellini, scintille minuscole, tutto cambia dimensione nell’asciutto e diminuisce senza l’obiettivo fotografico.

Paesaggi metallici pieni di scarti, pesi, ruggini e vernici contro un cielo azzurro, eoltre la barca-porta c’è un mare blu che spinge dal basso verso l’alto e dà testate spumeggianti.

La barca-porta di riserva  appoggiata sulle pareti è tanto possente quanto inutile, appare come un modello quasi antico o solo un gioco recuperato da uno scavo, è un’arca o una macchina scenica e sembra che stiano per cominciare  le naumachie.

Avrei voluto aspettare l’arrivo del mare e il riempimento della stanza, ma questo era impossibile, decisi di fare il Fitzcarraldo,  presi la barca- porta e attraversai la lingua di terra portandola in mare aperto, di lì a poco il mare si svuotò: milioni di pesci e conchiglie aderenti alle controventature, alghe spiaccicate alle pareti e pendenti dalle saldature, le dimensioni erano ancora cambiate in quel wasteland marino. In groppa alla porta aprimmo le chiuse, il mare defluì dall’alltra parte con grandi scrosci d’acqua, il mare si era mosso; tutti noi invece no.

Niente di complesso

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Tiranti, puntelli e sostegni intrecciati rilasciano un mapping materico della chiesetta, una sintesi di forze opposte ai collassi; guardare è come un fermo immagine bloccato da decine d’anni. E’ un tasto bloccato che logora e sfibra la materia del costruire senza scambio di vite abitate né di storie narrabili. Chiesa ferma sul suo cedere, pietra lenta nel suo cadere. Hanno puntellato le strade , le vite e le luci. Non si sa e non si vede, eppure in quegli spazi separati accade il passaggio muto tra il giorno e la notte. Residui architettonici tenuti su da tralicci improbabili. Provvisoriamente si estendono i tempi e si allentano gli sforzi della caduta.

Una geometria rituale permane nei segni nei disegni e nelle costruzioni, un senso dell’equilibrio e della sintesi che analizza per assi e diagonali la forma , è solo la spinta composta tra opposti. All’interno invece  lenta si disossa la carne dei mattoni e le parole non pregate. Resta lo spazio disossato: traliccio, puntello e tirante, cerchiatura dell’aria tutta intorno. Sacra Orditura delle forze verticali e delle spinte orizzontali, opposizione ai momenti ribaltanti , camicie strette sulle torsioni. La forza è lì spiegata da un semplice schema: – si comprende, – non è niente di complesso