terre moti di maggio: morire costruendo

Immagine

Crolla il lavoro, crolla l’economia, crollano anche i diritti, poi si mette di traverso pure la terra che nel mese delle rose s’arrabbia, scuotendo dal profondo, tutto.

Gli scienziati raccontano di un conflitto tra placche terrestri, di spinte che arrivano dal sud del mondo, l’Africa spinge sull’Europa per questo come per altri motivi.

Le spinte tra i corrugamenti dei monti e le zone liscie delle pianure producono fratture, si chiamano faglie e sono lesioni della terra profonde come il taglio profondo di un coltello.

In questi terremoti non c’è modo di sapere chi è immortale e chi è sventurato, nessuno sa chi morirà, forse prima io o anche tu. Oggi è morto un operaio, no anzi due, tre, quattro, cinque, sei, sette….è strano morire mentre si lavora e mentre si costruisce qualcosa. Costruire e insieme morire è una contraddizione. Morire costruendo è anche un ossimoro. Eppure siamo stati abituati ai morti cascati giù dai ponteggi anche senza terremoti, ma non capiamo come mai si possa morire costruendo polistirolo leggerissimo o come si fa a morire costruendo il  timone di una barca; o chissà, anche morire cucendo e tessendo un lenzuolo o riempendo un materasso su cui si farà l’amore.

Muori perché ti casca giù il tetto, si spezza la struttura, si sbriciola un muro e si sgancia una scala in ferro; muori perché in molti posti si era pensato di costruire come se nulla potesse mai accadere;muori perché per fare in fretta, produrre e non perdere tempo si metteva su la fabbrichetta in poco tempo; muori perchè per anni il prefabbricato semplificato era pulito, rapido, conveniente ed eliminava tante mani d’opera.

Costruire è un’arte, una scienza e una tecnica e cosi usi quella tecnica che è necessaria: non c’era rischio e così mettevi le travi precompresse poggiate sui pilastri, questi li mettevi su plinti isolati senza collegamento, le travi le poggiavi su mensole come fossero soprammobili, tutto senza vincoli e connessioni di alcun tipo. Quei capannoni son caduti schiacciando gli operai: erano stati costruiti come se ti fosse arrivata a casa una grande scatola di costruzioni Lego, poi sono stati distrutti come se fosse arrivato a casa l’amichetto terribile,  quello che da piccoli rompeva sempre tutto, anche la tua costruzione migliore, quella bellissima.

Morire costruendo è un ossimoro, ma non è poi cosi raro; oggi  sono morti in tanti e nessuno ha una ragione in più rispetto agli altri per essere morto o  per essere ancora vivo. Gli operai che costruiscono sono l’ultima mano tra la mente e l’oggetto, sembrano essere un tentativo di dare una forma, un corpo e un modo  di realizzare progetti, quelli miei o quelli nostri, quelli degli altri.

Avevo una bisnonna operaia dagli occhi azzurri, lavorava in una filanda della seta fra il  Cimitero e Gazzi, era l’alba del 1908 aveva 17 anni ed era uscita dalla casa  di via Porta Imperiale a piedi, era un’alba buia il 28 dicembre ed era quasi arrivata in filanda, la terra tremò e si fratturò accanto ai suoi piedi, strinse la mano di sua sorella Caterina e si piegò in ginocchio, guardò davanti e la filanda era distrutta, guardò indietro e la città era avvolta di polvere e fumo. Lei si salvò, i suoi genitori a casa morirono, le sue compagne già dentro la fabbrica morirono filando un tessuto morbido e prezioso e schiacciate dal tetto, era dicembre oggi invece è un giorno di maggio.

Annunci

Troppo pieno

Immagine

La mattinata di sabato si è infilata nella merce, è andata dove di solito non va: ha fatto un giro e ha guardato, non ha comprato e non ha venduto. Con quella mattinata c’ero anch’io e non mi serviva proprio niente, quindi ho contato i passi della gente e le monete che servono a pagare le cose.

Sono mercati o sono piccole botteghe, sono outlet o sono discount, ma quei luoghi del troppo pieno sono soprattutto posti a-spaziali, dove tutte le arti della composizione e della forma  naufragano. Quei posti ingurgitano cose e confondono gli occhi, apparecchiano la merce su tutti i ripiani; le cose si espongono su tutte le dimensioni: pavimento, pareti soffitto; pendono e risalgono, si elencano in disordine, si incastrano strette per non cadere e rimanere abbondanti

I negozi della crisi si riempono di tutto, tanta roba esonda dagli scaffali per poco prezzo. Sabato lì le persone dai poveri passi camminavano su scarpe nuove ma urticanti, con le mani impegnate a tastare tutto ciò che va comprato, le mani trattavano a gesti il prezzo e quando poi si convincevano afferravano le cose prendendo la banconota dal portafogli  in maniera attenta. Si vedeva alla fine un lampo di incertezza in quell’ ultimo fruscio fra pollice e indice prima del definitivo passaggio di mano.

Dopo che hai visto questi posti per un po’ ti rimane la vista e l’olfatto eccitato; c’è la vaga nausea nell’odore dei concentrati di colle e polimeri di suole a basso costo e ci sono occhi riempiti dall’allestimento ammonticchiato e trionfante delle grandi quantità di merce. Tutto è appeso e pende, sembra una Chinatown dentro il quartiere Avignone: che siano suole, ciabatte, intrecci vinilici o animali volatili poco importa. Questi posti, senza le presunte scienze del retail, concentrano in un sistema totale senza architettura e senza layout l’esposizione e  il loro magazzino. Tutto sta insieme ma eccedendo: il troppo pieno non è solo un meccanismo idraulico che fa tracimare nello scarico l’eccesso di liquido, il troppo pieno di merce e di esposizione è il meccanismo della scienza  del marketing e del retail organizzato, ma è anche il meccanismo che fa tracimare l’eccesso di desideri delle persone dai passi urticati, tutti quei desideri accumulati negli anni tracimano, riempono gli occhi , sì.  I desideri sono tutti li, sabato, con i poveri passi, tutto è troppo pieno e insieme è troppo vuoto.

Uno storyboard in 3D

Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto. 

– Jorge Luis Borges, Epilogo da L’artefice, 1960

 documentario  realizzato dal collettivo artistico MACHINE WORKS 07

Nel quartiere MareGrosso c’è la ruvidità delle storie di margine poggiate su un grande pozzo nero lasciato intasato: case, baracche, vite e scheletri di edifici commerciali. Rovinata e frastornata dal presente e da tutto il passato, sta lì la casa del Cavaliere Cammarata, lui è morto e la sua arte non è piu sorvegliata. La Zona Cammarata, chiamata così da quei pochi che ne hanno indicato il destino, manifestato il rammarico e desiderato una cura, è un frammento di frammenti, un catalogo di spezzoni, la rovina di uno Storyboard in 3D che ha rappresentato per più di 50anni la storia di un uomo vissuto tra figurazioni e modellazioni di cemento e impasti di colore, tra frammenti di ceramica e assemblaggi di ciottoli. Lui che ha figurato la sua casa come un esempio bric à brac, come la sponda di un carretto siciliano, come il Disney della strada, come un carro allegorico sempre in costruzione ma programmaticamente fermo e senza sfilate.

Quel posto è un grumo in un flusso emorragico, un embolo tra le arterie abbandonate della città. Zona Cammarata non è un manufatto finito ma come l’hanno chiamata gli autori del video è una Zona dove si svolgono attività: quella dell’abitare e quella del raccontare.  Abitare e raccontare però si oppongono, sono come l’implicito e l’esplicito, come l’essenza e l’accidente. Niente è (im)possibile in una casa pretesto, in un palcoscenico di forme senza dovere di risposta. La forma di vita rappresentata è senza luogo, viene prima del futuro e si posiziona mescolando le coniugazioni del tempo, sta lì come recupero di spazi provvisoriamente disponibili, non porta altro che il suo racconto frammentario, è un catalogo che per eccesso sposta per lampi forzati e acrobatici i miei ricordi tra gli accumuli infiniti della casa del colto Sir John Soane’s e gli abachi intrecciati e mescolabili delle forme eclettiche, tra il pittoresco dei giardini apolidi e il naive disarmante dei matti.

Carte mescolate

Immagine

Oggi si è sovrapposto un corpo su un altro corpo, una prova d’innesto provvisorio tra cose ferme e cose mobili, uno strofinio di metallo verniciato dello scafo sul cemento e il marmo dei muri dell’ex palazzo del fascio. Quando arrivano le navi crociera in porto, si cambia misura. Sono navi anche molto alte e si misurano con le cose e i palazzi vicini; ormai sembrano come i ragazzi di questi tempi: ancora adolescenti ma già alti più di una spanna rispetto ai loro padri.

Sono navi internazionali e di apparenza che hanno però più finestre dei condomini intensivi; ci sono corridoi di prima, seconda, terza e quarta categoria e tutto ciò che crea villaggio vacanza: piscine, sguazzi, saune, bar e ristoranti.

Una nave dietro l’ex Littorio bianco della Palazzata è un innesto a misura che confonde il prima e il dopo, il transitorio e il permanente. Quando al mattino arriva la nave e suona la sirena, il ponte passeggeri più alto e quello di comando li vedi affacciati sulla guaina impermeabilizzante della terrazza del palazzo, capitani e viaggiatori si dedicano all’introspezione delle terrazze con un tuffo dal trampolino e un occhio sul tetto.

Nella città spesso è così, oggi ti svegli con nuovi condomini galleggianti che incombono sulla strada, domani poi questi scompariranno lasciando la piazza liquida del porto completamente deserta.

Condomini galleggianti fermi per poche ore, durano poco e non danno il tempo di abituarti a quel paesaggio di città, così, appena volti le spalle prendi il caffè e mangi una cosa, senti un sibilo e una sirena, e quella, – la nave -, parte.

Il palazzo bianco, orgoglioso, torna a stare in prima fila: quelli che vanno per mare vanno, quelli che restano in città sanno che restano per mandato o per destino.

La città sempre in movimento o sempre in posa è una possibilità di racconto continua e le immagini scorrono come piani di cinema. Dettaglio e primo piano, piano medio, sfondo e panoramica della città sono forse come le carte da gioco mescolate, a volte un azzardo o un baro le mette lì, poi quando hai capito il gioco, loro, accompagnate da un barrito, una sirena, un inchino o una sigla orchestrata dal ponte, scompaiono.

Con garbo, ritrovare tutti i pezzi sparsi e costruire una barca.

report foto di marco crupi

http://marcocrupifoto.blogspot.it/2010/01/antonio-mancuso-linventore-della.html

Migliaia di pezzi sparsi, schegge e tavole, tutto lì contenuto come fossero rimasugli dentro una pancia piena. Dentro la pancia che sta sulla spiaggia c’è un grande bosco, ogni pezzetto di legno sparso a terra, sui piani e sulle pareti, odora di abeti, pini calabri, lecci, gelsi, larici e faggi. Ogni essenza ha un senso, una disposizione, un disegno di taglio e anima, un carattere e trama di famiglia. C’è la compattezza del gelso per le costole, la durezza della quercia per le parti vitali della chiglia e delle ordinate; la leggerezza del larice e del pino per il fasciame dei fianchi, la solidità e la resistenza del faggio per l’affondo dei remi nell’acqua. Vedendo questo bosco inghiottito in pancia, prima di essere sputato in mare, è difficile immaginare la costruzione di forme precise: sagome nette e ripetute, talmente perfette da dover superare la prova della navigazione. Nella pancia del capannone si affolla di tutto: lime, tenaglie, pialle, raspe, martelli, canapa catramata, olio, cotone e ovatta. In questo caos con il garbo e il mezzo garbo si fa il modello e si costruiscono le barche.

Costruire con garbo, perchè il garbo è una forma di misura e un metodo dei maestri d’ascia ma è anche una forma di essere delle persone verso gli altri umani e verso le cose.

Una pancia ha inghiottito un bosco, era affollata di pezzi sparsi, legni curvati,  fasce incise e zeppe minuscole. C’erano gli attrezzi e i chiodi, il cotone, la canapa e il catrame; un uomo ha ritrovato tutti i pezzi sparsi e con garbo ha costruito una barca.

Walled garden

Image

Non è la tua città, non conosci bene le strade, sei geo-sperduto. Quando sei stanco di vedere posti terrificanti per tenere gli occhi aperti sviluppi anticorpi.

Negli appezzamenti della crescita edilizia, in maniera occasionale, uno dopo l’altro i fabbricati si oppongono aggiungendosi di parti e di pezzi. Un modo di farsi costruito in questi posti è quello di accatastarsi per gruppi di interessi ravvicinati quasi per compound genetici allargati.

Intorno a questi posti le cose costruite sono realisticamente opere aperte, nessuna conclusione: terrazzi, balconi, verande, dilatazioni laterali, scale puntate  verso il cielo, sbalzi verso future crescite. Al piano della terra invece si ha chiaro che nessuna opera costruita vuole essere aperta alla relazione, gli spazi conclusi e i frammenti di proprietà contengono le mille variazioni del recinto, della murazione, della difesa, della ringhiera, dello steccato: un fortilizio domestico in cui ritirare tutte le proprie forze economiche ed affettive.

Mi sono fermato su un ostacolo sorprendente per forma e improvvisazione. Un limite tra terra e case. La stessa occasionalità, delle azioni edificate intorno, ha guidato le mani di chi ha costruito questo recinto, fatto di pezzi tutti diversi ma in un casuale equilibrio poetico. E’ il giardino chiuso di  un apache, di  un pastore, di un poeta, di un eremita; sulle sue punte affilate sta la certezza della guerra, nelle fessure sconnesse sta l’incertezza della resistenza.

Cos’è? E’ una piazza?

Image

Cos’è? E’ una piazza? – chiese Kratos – “Non esattamente” – disse Euge, –

“..è solo la strada davanti casa, non è stata pensata come piazza ma come piazza è utilizzata da tutti quelli che non hanno fretta. Vedi, c’è la fontanella con l’acqua, c’è l’ombra che pavimenta la strada ed esclude la circolazione a motore, ci sono anche le sedie bianche per sedersi “.

Il diametro di quel tetto verde è ampio con le foglie dei rami tenere e frescose; quell’albero giovane e arioso non è  greve e non si ammassa sulle vite di chi si è fermato, non piange resine e non appiccica i capelli. Euge è piu giovane, non si è mai fermato sotto quell’albero, ma da lontano ha sempre osservato chi stava seduto, le tante rughe e le mani mosse nell’ aria per disegnare i discorsi lenti e quelli animati, Euge aveva rispetto per quelle sedie scompagnate, che sapeva essere private ma anche comuni, corrispondenti  al numero dei  corpi, una per ciascuno; sempre occupate ma a volte vuote per segnare l’assenza di chi si era ammalato o di chi era davvero morto. Kratos che girava e conosceva molte città e molti posti, aveva sempre una spiegazione per tutto, era un ladro di storie e di figure,  e ogni volta che aveva bisogno, rovistava nella memoria, nella borsa o nelle tasche.

-“Caro Euge quei vecchi hanno scelto bene un posto, lo hanno abitato, lo hanno rinominato e quel posto adesso è una piazza. Vedi non  so se prima o poi moriranno tutti loro , e voi giovani che avete fretta, avrete davvero voglia di sostituire le sedie rotte: ma la piazza è fatta, ha anche un nome possibile perchè infatti sai indicarla,  è pavimentata dall’ombra e con la sua fontanella d’acqua fresca  è aperta agli ospiti. Euge, qui mi torna in mente un’immagine sacra, eppure sai che io di santi non me ne intendo, quell’albero è come quel santo che tiene in braccio sulle ginocchia tutta la città di San Gimignano, lo vidi nel museo del paese delle Torri. Qui dove vivi tu, la città è sperduta, non ha nè torri nè chiese, ma quell’albero tiene sul grembo gli abitanti e li protegge dal sole con il suo mantello, loro sono vecchi ma continuano a disegnare con le mani e i gesti le loro parole, tu così da lontano puoi in qualche modo capirli e sapere se sono quieti o arrabbiati, io non lo so più, dove sto io stanno tutti in casa, per strada non vedo nessuno e sento solo le parole animate dette in TV”.