la soglia ha i suoi custodi

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Chi passa da qua?

Passa tu e passa vento, passo io e passa luce, passa lei e passa tempo.

La soglia ha i suoi custodi, è fatta di tanti nomi: greci, latini, divini, paurosi e angelici. Sulla soglia timida si fermano il giorno e la notte delle cementine, quelle dei pavimenti dai decori con scacchi, fiori, losanghe e cornici; rimani in bilico guardando un mondo di qua e un mondo  di là. Quei pavimenti si stendono come  dei tappeti dove inseguire i passi.

Sulle soglie t’immagini  tante storie dedicate ad una scelta o ad un obbligo.

Sulle soglie ci puoi persino stare per sempre, rimanendo indeciso;

vedi il fiore e la cornice che rilascia una luce intinta di rosso carminio e che  sfuma sul muro,

 o di grigio livido che specchia le ombre;

 o antracite cerato che fa scivolare gli sguardi;

o rosso mattone sbiadiato che  riquadra i balli e le coppie;

Le stelle  e  le rose  dei venti orientano   il tuo passo.

Il passaggio nella porta risuona di nocche che bussano e cigola  con i cardini,

lì ci ho trovato un po’ di nonne e bisnonne, presenze di soglia,

rapide o statuarie e spesso di guardia;

più donne che uomini, più vecchie che giovani.

Gli uomini che ci sostavano lo facevano in uno degli stati limiti dell’esistenza: una nascita, una morte, una malattia;

oppure con una valigia pronti per partire per una guerra o per un lavoro.

La soglia ha i suoi custodi divini e terreni, è un posto dove le cose cominciano a venire in presenza, poi qualcuno apre le finestre provocando correnti e spostamenti; volano via le cose custodite e restano soli i custodi.

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Il Palco reale

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E’ un Palco reale affacciato sull’acqua salata e impantanata tra le conche di terra in riva allo Stretto, è un palco per tutte le storie che si ammollano tra le rive umide. Reali sono quelli che lì coltivano l’acqua riproducendo ancora molluschi. Reale la Vista e reale la sciattezza, reale il tronetto spostato dalla camera  dismessa, reale l’ingombro edilizio coltivato e riprodotto tutt’intorno.

Reali noi che ci passiamo, reali i vecchi possidenti enfiteuti dissolti nella fanghiglia , reali gli aironi e le albanelle che sostano sulle rotte di viaggio, reale il liquame, reale la vista sontuosa su palme oleandri e lentischi.

Realmente bello è quel palco nato per le conversazioni e le piccole opere quotidiane, una bellezza amara specchiata nell’acqua liscia del tramonto o nella luce vaporosa di alcuni giorni caldi di riviera.

Il tronetto preso dal mobilio buono di casa è come una traccia d’importanza e disinteresse, un luogo domestico e accampato, un lavoro ritagliato tra le cose di casa, improvvisato nello spazio e nel tempo perduto negli ultimi 300 anni di povere attività familiari; i “cocciolari”chi sono? Sono quelli scalzi con i piedi nell’acqua, quelli che grattano il fondo e muovono le vongolette, le allevano, le recintano, quelli che  pure dai marittimi sono reputati  primitivi.  Quei laghetti li ricordo pieni di paletti conficcati con dei  “coltivatori” emersi  al centro dei bacini che misteriosamente camminavano sulle acque e come zappatori d’acqua raschiavano il fondo, poi da palo a palo stendevano i libani per far arrampicare anche gli altri frutti d’acqua e far scolare i grappoli neri delle cozze. Dal palco Reale si vedono pochi “pergolari”, poche di quelle tracce e lavorazioni quasi agricole che si mescolano stranianti alle barche a tinte accese della marina. Sono rimasti in pochi i pescatori-contadini dai piedi inzuppati, quelli che facevano azioni lente e pavide distillate nel tempo stanco, mentre salutavano fratelli o cugini cacciatori di mare che a 50 metri di sabbia da loro lanciavano le feluche per cacciare infilzando con le fiocine i pescispada. Famiglie di cacciatori e contadini che possedevano e lavoravano come terra quel mare, a volte si ritrovano nel Palco reale sulla riva, nascosti dalle canne palustri: saranno diventati qualcos’altro o nient’altro che uno sguardo su quello che c’era, nel frattempo si vedono e conversano lì , ogni tanto.