No é

Quell’Arca di rifiuti, bidoni, mattoni, bottiglie di PET, ruote, cerchioni stracci e copertoni non nasconde la sua originaria struttura navale, una costruzione antica e tutta manuale,  il maestro d’ascia non so chi sia, ma ogni costa di barca è una curvatura precisa, prima a forma di U per quelle assemblate in poppa, poi in prua sempre piu angolate, le coste diventano quasi  delle V; tanto legno che ferma e blocca altro legno, serrato stretto e dove  pure i chiodi di legno trafiggono altro legno.

Tutti i pezzi concorrono all’equilibrio del galleggiamento, ogni pezzo sta insieme  all’altro per cura e accortezza, un’Arca è una costruzione che sfida il diluvio e la mareggiata, sbatte sulle onde e sta sospesa sugli abissi neri, profondi centinaia o migliaia di metri. Le tavole esterne e interne fermate sulle coste sono la pelle e la carne, incise e allargate a colpi di maglio, le fessure fra le tavole vengono sigillate e calafàte con stoppe e pece per fermare l’ingresso dell’acqua e portare in salvo tutti.

La forma che accoglie e contiene ricorda sempre l’Arca, ricorda le istruzioni del dio che ordinò : “fatti l’arca di legno di gofer ; falla a stanze e impeciala di fuori e di dentro con pece”;  senza la voce di dio, poi il nonno, suo padre e sua madre gli dissero: – Pesca!  ma raccogli tutto quello che trovi, conserva, ammassa le merci, sfàmati, ma non buttare via niente, impecia bene la barca e vai lontano, cerca qualcosa di più. A volte l’arca arriva vicino a noi, ma arriva così, piena di rifiuti, bidoni, mattoni, bottiglie di pet, ruote, cerchioni stracci e copertoni. Avviene un’inversione, sulla terra malgrado il diluvio si sopravvive, Noè e famiglia invece a sorpresa muoiono affogati. No è!

Annunci

Il piccolissimo quadro

Le case da rinnovare lasciano dei biglietti di congedo, di commiato o addio, di stizza, rabbia e malcontento, lasciano anche biglietti di amore, di stupore e desiderio.

Ne ho viste di case da rinnovare, tutte diverse ma con tracce ricorrenti. Entrando, misurando, guardando, pensando, apri le finestre, cerchi la luce giusta e traguardi.

Di solito, tramortito dalle certezze dei committenti, scosso dalle furie demolitrici dei futuri abitanti, allucinato dai travasi visivi delle CaseVive, occorre fermarsi e domandarsi: Che aria c’è in quella casa.

Che aria c’era, c’è e forse ci sarà? Lampi irrazionali, letture fulminee e incomplete mi dicono che da lì quasi sempre è passato un fiume calmo oppure folle. Una casa è un luogo impresso, un corpo cavo, scavato, truccato e anche lievemente e frivolamente abbigliato. Gli abbandoni e le folate veloci dei traslochi lasciano scorie fisiche e immateriali, macchie indelebili, polveri depositate. Lasciano graffi, rughe e crepe. Parti lucenti e decomposte, porzioni brillanti e cigolanti.

Una casa è un luogo impresso sui muri, ombre e sagome di mobili appoggiati, chiodi, fori e tasselli e qualche volta frammenti di carta e di stoffa. Sul muro, vestito con una tappezzeria a delicati disegni provenzali, trovo panneggi d’umido, macchie di fiato e di stufe, aloni di sole e di luna. Per capire che aria c’è guardo quei quadri e foto mancanti ma “appesi” in ordine sparso al muro, sei quadri di grandezza simile e a sinistra in basso uno piccino. Nei quadri s’intravedono benissimo le genealogie di quella casa, intrecci e distanza di chi ci ha vissuto e di chi ci vivrà; in basso a sinistra il piccolissimo quadro fuori misura e non allineato a nessun altro è appena abbozzato, leggo solo piccoli semi e germogli: è un biglietto di desiderio.

La finestra è un uomo

Tutte le volte che mi son fermato davanti a quel magazzino ho visto un nuovo intreccio, una nuova possibilità di riscrivere quella finestra: un disegno del pittoresco senza diventare arabesco.

Le finestre celano spesso un’origine – quella di esprimere la presenza di un uomo normale, un uomo dietro la finestra per sempre; – qui un intreccio di rami naturali germinati sulla soglia permette una connessione incomprensibile tra le nature differenti della costruzione e delle piante, il conflitto tra due ordini di cose sembra adesso arrivato a un punto di relazione tanto da chiedersi quale delle due parti trae significato dall’altra.

Nelle trame delle vite s’individuano spesso le profondità dei piani come in quella finestra, un continuo posizionamento di variabili su forme stabili, guardare la finestra, le sue ante grezze, l’architrave curva e il suo albero vitale cesellato sugli spazi vuoti e i pertugi è una grande lezione di guerra e di pace, di urgenza e di attesa. Il sole illumina quel magazzino e viene voglia di aprire quelle imposte e vedere l’ombra intrecciata proiettata sul pavimento perché sarà bellissima. Viene voglia di riportare la figura di un uomo sul piano profondo dell’ombra, quella dell’origine dell’uomo dietro la finestra. Più indietro ma tutt’intorno vi è solo lo spazio oscuro  dove nessun’albero è ancora cresciuto.

Jonico western

Avevo letto una descrizione di quel posto sulle Pagine corsare ma pensavo che fosse un racconto lontano e perduto nello sguardo di un intellettuale, sgranato nel tempo che passa tra il 1959 e il 2012, le parole lette erano dirette, le immagini impietose. “…A un distendersi delle dune gialle in una specie di altopiano, ecco Cutro, Lo vedo correndo in macchina: ma è il luogo che più mi impressiona di tutto il lungo viaggio.  È, veramente, il paese dei banditi come si vede in certi western. Ecco le donne dei banditi, ecco i figli dei banditi. Si sente, non so da cosa…” 

L’immagine preventiva ricostruita da quelle parole non lasciava scampo. Dovevo starci solo cinque giorni. Con o senza banditi dovevo starci. Prima in macchina lungo strada statale che guarda la Grecia, poi la risalita nel paesaggio cretoso, Le dune gialle son lì…- entro dentro l’abitato scendo dalla macchina, giro un po’ e quel posto rimane un posto totalmente impressionante. Ho campionato con lo sguardo pochi elementi del costruito e sempre quelli ho guardato, ripetutamente, ho selezionato, come spesso mi accade,  i modi in cui le cose costruite sono bucate, ho cercato le persone, non le ho viste, sparite dietro porte e portoni: son tornato alle cose e ai loro buchi, alle porte e alle finestre.

Le porte e le finestre sono vaste enciclopedie di civiltà, riassunti colti e grezzi di materia e spirito. Trattati di scienza arte e tecnica del costruire, sono libri di storia, storie di cuori e di ladri e panni stesi, cataloghi d’arte, cornici di visi bellissimi, quadri di paesaggio e di prospettive urbane, soglie buie e pericolose. Sono la prova edificata dell’abitante che parla di se con l’altro: la porta e la finestra accolgono sulla soglia i sensi, la voce, l’odore, la vista, dentro ci si ritrova a volte il gusto e il tatto. Dal dentro al fuori e dal fuori al dentro.

Ai muri, le porte e le finestre gli vengono parenti e nemici, sono delle debolezze, delle mancanze, delle asportazioni di materia solida, sono l’affrescamento e il raffreddamento, sono l’accoglienza e l’estromissione.

Ho contato tante case vuote, tantissime elevazioni abbandonate, molte vie spopolate, tanti edifici muti. Ma più di tutte mi hanno impressionato le strade dei banditi, no nessuna pistola, nessuno sceriffo, nessuna vittima. Ma il western jonico è come una strada assolata del saloon, qui nessuno concorre alla città animandola, quei pochi che vedi sono protagonisti assoluti in strade mute, su muri scrostati, la maggior parte delle finestre, delle porte, dei buchi, dei pertugi di luce, sono sbarrati come reclusori, pesantemente il metallo chiude e sigilla le case. Case costruite per le stagioni e per la processione, per il rientro futuro da vecchi, per l’accumulo di emigrazioni, per l’accumulo di figli e nipoti. Le finestre e la porte che da sempre sono state la parte umana dei muri, mi appaiono sbarrate, murate, misteriosamente stratificate, porte difese da controporte fermate poi da sigilli di laterizio, corpi dentro corpi, dissezionati e quasi organici. Gli oscuri burka alle finestre nascondono i visi bellissimi, la finestra non è più un uomo ne una donna, la porta non è più il passaggio o la possibilità,  solo un paese di prigioni o di banditi, tutti si sono reclusi autonomamente e hanno inghiottito la chiave.

L’Ape e L’Architetto

Una modanatura arrotondata è già un cedimento cordiale dello spigolo archetipo della capanna originaria. La curva accompagna il tetto in un ornato sottolineato dalle cornici e ricorniciato dalle ombre. Le tegole e i laterizi sporgendosi in “cappuccine” che fanno da visiera, spezzano le gocce d’acqua delle lunghe pioggie.

Parlo di volute, cornici, estroflessioni scultoree degli elementi costruttivi, parlo di cose costruite dagli uomini con le mani. Ragionate nei disegni, misurate nei luoghi, eseguite con le pietre e gli impasti modellati in stampi grandi tanto quanto le braccia possono sostenere e afferrare.

Quell’ornato fuggito dagli assiomi geometrici degli angoli si  decompone in forma organica, in un modellato informe che occupa gli spazi cavi e si sistema a completamento dell’apparato decorativo.

Muore l’architetto e vince l’ape, ma cosa distingue l’Ape costruttrice dall’Architetto che ha avviato e dato principio alla costruzione?

L’ape fa le sue cellette naturali senza necessità di preventiva geometrica immaginazione, una Geometria preassiomatica reiterata e senza stampi, ma che a volte insinuandosi altera le forme costruite dal pensiero dell’uomo.

…il lavoro è una necessità eterna della natura che ha la funzione di mediare il ricambio fra uomo e natura”, diceva Marx! L’uomo architetto non è natura,  può solo dopo un lungo cammino ritrovarla e capirla, L’Ape arriva e riporta la forma alla sua originaria primordiale razionalità, senza ornare, il risultato è scostante e imbarazzante, pars destruens eppure logica. Forma illogica eppure tutta spiegata dalla necessità.

Iginia Navale

Di tutte quelle navi che conoscevo è rimasta solo la Scilla.

Iginia, robusta e integra solo di nome e non di fatto, oggi è stata fermata, stanca per quell’andare e venire sullo Stretto. Una vita brillante e pesante la sua, da oltre quaranta anni. Da oggi è rimasta sola e ferma.

Le altre sono andate via prima. Tutte belle e con nomi dai suoni importanti: Rosalia, Riace e poi Villa e infine Fata Morgana; tutte dai fianchi larghi si sono fatte penetrare da ferri pesanti, hanno trasportato storie e persone da un’isola ad una penisola, da un’Italia ad una Sicilia, storie estive e storie di tutto l’anno, arance e bovini, pesci e combustibili, merci e cuori. Una dopo l’altra sono state fermate, dismesse, lasciate e abbandonate. Adesso una sola, regale e struccata, amplessa  ancora con manovre laboriose con vecchi e sudici treni, una storia  di  mare e di terra, la storia un frammento di terra viaggiante sul mare.

Iginia ha un fondo di legno e via ferrata che fino a ieri si muoveva in mezzo al mare per unire il tracciato continuo dei binari, un’interruzione galleggiante, una pausa cava che depositava i treni e aspirava i viaggianti sui ponti superiori per mirare tutte le nuvole dello Stretto e gli Asprimonti, le morbide colline del Peloro, i lontani Capi, la laguna piatta di punta Faro, le rocce scillote e la vetta fumante del Vulcano. Iginia Navale accoglieva i viaggianti in salotti in pelle vecchia  per quel  tempo breve che traghettava i corpi , gli sguardi e le nuvole, il tempo di svuotare i vassoi di arancine a punta tra una terra e l’altra. Iginia è rimasta sola su una sponda dello Stretto:non abbandonatela, presto!  Salite a bordo, cazzo!

Passaggi di Stato

 

 

 

 

 

 

“Basta! Oggi liquido la società della munnizza, ah! liquido anche gli autobus e il tram, come avevo già liquidato l’immateriale rete civica dissolta nel web. Liquido tutti. Direi Vi liquido! “

Meglio diventare liquidi rispetto ai debiti solidi ma che pur sempre restano aerei.

Sindaco e assessori volevano promuovere una campagna Attiva per cancellare il debito..tutto il debito ..ma non c’è tempo …

Così liquidano tutto e nessuno si sorprende, il corpo solido dei debiti distrattamente volatilizzati diviene liquido, sprofonda nel mare coi creditori e porta giù tutto e tutti.

Affonda Concordia-city, affonda la città mentre il porto nuovo s’insabbia, liquidi restano anche i pensieri di una città indolente persino nell’organizzare la sostituzione degli incapaci; liquide sono le azioni dei cittadini che aspettano la neve e le gelate mentre si confondono col vento di scirocco. Con le giuste temperature il liquido potrebbe aumentare di volume, anche ghiacciarsi, debordare e cristallizzarsi con forme taglienti e acuminate….ma non saranno lance contro chi fa danno, ricadranno invece affilate verso il basso, ferendo tutti noi che abitiamo qui impastati di scirocco e sabbie di torrenti. Noi non siamo liquidi, anzi abbiamo tutto il portato solido che proviene dal dilavamento delle montagne e precipita giù.

Ma questa crisi dissolutoria del futuro è liquidata come un semplice passaggio di stato, da solido a liquido sembra,  ma vaporizzandosi ci ricadrà addoso violentemente come  pioggia acida. Apriamo gli ombrelli.