Così vicino così lontano, vedere la città

Marabello-840x420

Di tutte le arti quella di saper vedere è la più difficile” (E. De Goncourt)

Che siano le foto della tua vita privata, della vita sociale o dei luoghi del cuore, del paesaggio o della tua città, non si fa altro che sgranocchiare immagini, spesso le ingoiamo senza masticarle tra un beep e un Wup, di sapore non ne vogliamo proprio sentire cosi che le sputiamo prima di vomitarle. Le cause? Spesso siamo al rigetto per troppi contatti social,  troppa messaggistica, troppa simultaneità;  troppe figurazioni per semplificare qualsiasi forma di astrazione che potrebbe far sforzare il pensiero e provocare l’allenamento alla concentrazione;  la vita visiva  ogni giorno è rimpinzata di foto più di un rotocalco per bulimici,  una foto come premessa, una come tesi, una a commento e poi una come nota a piè di pagina, una come smentita e poi una a contro smentita, e poi  e poi… ancora e ancora…

Le foto della città fisica, magari della tua, sono strane, ossessive ripetizioni di cartoline, restituzione del già visto, ricercati glamour per collezionare like, poi qualche volta le foto diventano meravigliosa trivellazione di risorse dai pozzi abbandonati o ricostruzioni sorprendenti dell’invisibile per rinnamorarsi dei luoghi.

Le città hanno sempre avuto bisogno non solo della loro vita interiore, ma anche di qualcuno che le raccontasse in giro, le dipingesse, le descrivesse ai forestieri e spesso anche agli stessi abitanti così pressati dalla vita e dalla morte da essere costretti ad attraversale ed usarle senza neanche poterle guardare da fuori, oppure cosi abituati a guardarle ogni giorno distrattamente da non saperle vedere.

Alcune semplici immagini zenitali del nostro territorio e della nostra città poco tempo fa hanno destato meraviglia, foto fatte da droni senza anima e funzionali alla tecnica del racconto delle gare ciclistiche o a quelle del racconto della sorveglianza di polizia del G7, hanno toccato le nostre latitudini e le corde del nostro immaginario.

Eppure da anni smanettiamo senza sosta su Google maps o su Google Earth; zoomiamo sugli smartphone e ci alziamo in volo dal quel cacchio di scrivania dell’ufficio; planiamo su viali e i boulevards di posti vicini e lontani cercando quell’impossibile “non luogo” dove si svolgerà quella fantastica festa del sabato; o cerchiamo la casa dell’amichetta di tua figlia che ha deciso per scelta di famiglia di costruirsi la casa in quel famoso poggio dove pure il famoso “signoruzzu ha perso le scarpe”.  Tecnologici e tattili planiamo e navighiamo, potenti più di Batman e Tim Burton però poi precipitiamo sulle terrazze di Lilla e Nino, finendo pure dentro la lettiera del loro gatto Sciollero, vediamo con il Gps pure i loro slip e le canottiere appese ma ogni volta che vediamo una bella ripresa TV o una foto di chi vuole raccontare la nostra città ci meravigliamo e diciamo, Mizzica e questo dov’è?” 

Niente, tutti questi anni di overdose d’immagini sono stati inutili, più il territorio e a portata di click meno capiamo dove ci stiamo infilando e se stiamo vedendo, più zoomiamo e meno guardiamo. Quindi benvenute immagini che hanno fatto scoprire che piazza Castronovo è tonda e che il PRG post terremoto ha fatto costruire gran parte della città a scacchiera , e ben venga che si siano scoperte  le curve sinuose delle coste del messinese o la linea mossa e accidentata delle rocce joniche e le geometrie sontuosa del Teatro greco romano di Taormina.

Ma insieme alla visione fatta dal drone, quella lontana che restituisce una sintesi quasi sempre bellissima, c’è n’è un’altra, la visione ravvicinata che dettaglia la ricchezza dei particolari, che inganna l’occhio e la mente. È bello il paesaggio urbano e territoriale della città dello Stretto, belle anche tante architetture viste da vicinissimo: la ricchezza dei materiali, le forme urbane del decoro dei gessi e cementi, delle figure apotropaiche piazzate sulle finestre e i portoni. La visione ravvicinata ci fa vedere gli stacchi volumetrici nei dettagli di alcuni buoni maestri dell’architettura passati da qui per ricostruire la città azzerata;  ci permette di osservare  i piacevoli  i tentativi del professionismo locale di applicare le arti all’edilizia condominiale del boom messinese degli anni 50 e 60 fino agli albori del 70; da vicino appare pure  chiara la trama e il rigore delle textures delle prime forme edilizie a basso costo degli istituti per l’edilizia popolare o  degli elementi materici di alcune strade.

Poi però ci sono le visioni intermedie, le più crude: quelle spesso dicono le verità;  altro che piercing urbani e tatuaggi, spesso è roba da splatters . La città non è una veduta e neanche un vetrino al microscopio, funziona ancora benissimo dalla grande distanza, funziona egregiamente a distanza ravvicinata, perchè l’occhio può selezionare; ma poi, perché non funziona alla distanza intermedia? Quella dello sguardo delle relazioni tra parti e quindi delle relazioni della vita; da lontano siamo tutti belli e tutti amici, da vicino forse ci amiamo o ci scanniamo, ma alla distanza intermedia vediamo ferite cucite alla meno peggio, coltellate reiterate, polveroni e macerie nascoste sotto il tappeto, decapitazioni e mutilazioni, innesti cyborg, poltiglie urbane, impianti tecnologici e domestici vomitati sui balconi e sulle facciate, piazze sfigurate, “tagliate di faccia”,  protesi malmesse e sprangate squadriste su corpi urbani già deboli.

Le foto della città raramente annunciano un tempo, più spesso lo arrestano, sciogliendolo nella nostalgia del com’era, oppure sciogliendolo in un acido del presente.

Occhi ne abbiamo? Ma per usarli dobbiamo vedere e  quindi pensare, insomma serve allenamento a vedere e anche a immaginare. La visione è la forma di conoscenza principale della nostra cultura, ma la distanza e la scala possono cambiare il senso  delle cose. Nel film Blow up di Antonioni  l’ingrandimento fotografico è un metodo e farà scoprire a Thomas un delitto, insomma anche qui tra visioni urbane cosi vicine o cosi lontane , ingrandendo le foto……..si scopre un delitto come in “Blow-up”, spesso è il delitto del paesaggio o delle deboli tracce della qualità  urbana.

Socrate insegnava a Teeteto che non vediamo perché abbiamo gli occhi, ma abbiamo gli occhi “per vedere”,  per narrare e pensare  la città ricominciamo a fare delle verifiche per vedere alla giusta distanza.

open city -open mind-open eyes

La lunga gestazione,per la (quasi) apertura al pubblico, del nuovo Museo di Messina è durata trent’anni tondi!
Trent’ anni a cui vanno sommati anche tutti gli anni che sono passati dalla data del sisma del 1908.
Dopo il sisma il museo era uno di quegli edifici e istituzioni ritenuti prioritari e inseriti tra i primi cinque da costruire, nel 1913 fu pubblicizzato il progetto di massima attraverso le neoclassiche prospettive nel progetto del Museo Nazionale di Francesco Valenti, dopo l’altisonanza il museo poi fu arrangiato e ridimensionato al solo edificio della ex Filanda negli anni 50. Per anni e anni ancora una serie di restauri, allestimenti, direttori, progettisti, tutto questo a cavallo di un secolo.
Negli anni ‘70 il Ministero dei Beni Culturali incarica il maestro dell’architettura Carlo Scarpa coadiuvato da Roberto Calandra, con l’idea di ri-cucire finalmente le ferite del sisma attraverso un progetto di portata nazionale.
I passaggi successivi di competenze d’indirizzo e gestione dei beni culturali alla Regione Sicilia , fecero arrestare quel progetto .
Un appalto concorso affidò le nuove sorti del museo di Messina a nuovi progettisti che interpretarono secondo le loro capacità il tema definendo forma insediata e volumi , poi ancora progetti successivi per riempire di contenuti i volumi vuoti, tanti linguaggi e allestimenti e un ventaglio di progetti d’esterni e d’interni separati alla nascita.

In questo tempo lungo un secolo, in questo tempo speso o dissipato quel museo oggi c’è; il museo racconto della città è nato fuori città, su un margine esterno a causa dell’emergenza post sisma e con quel carattere di provvisorietà diventata poi permanente.
Nel frattempo che si costruiva il nuovo Museo sulla spianata del monastero di San Salvatore dei Greci con la vecchia filanda trasformata in museo, tutt’intorno la città ha fatto la sua vita: ha demolito, costruito, inventato, speculato, cancellato, deturpato, ipotizzato, cementato.
Quel margine urbano esterno importante ma non centrale, fuori dal tessuto consolidato, vivo ma anche incerto, ha assunto forma e polarità attraverso le funzioni urbane che si sono via via insediate, (ospedale, sbarchi e caselli del traghettamento privato, attività ludiche, parchi divertimenti e circoli sportivi, residenze, scorie costruttive, capolinea del tram, parcheggi).
Il tema mai affrontato è oggi quello di aprire la città al suo museo e quindi non solo di aprire il museo alla città. Le città si aprono alle funzioni specifiche degli edifici attraverso il progetto urbano, quello che legge, ordina, connette o tiene insieme il congruente e l’incongruente, prodotto dalla vita delle città.
Il museo ha intorno e all’esterno del suo recinto un’area pregiata ma disarticolata, una costa ingoiata dalle attività di scarico e carico delle navi traghetto private, un decadente luna park da paesello, dei muri invalicabili con dentro campi da tennis e spiaggia riservata; poi un giardino pubblico separato e costruito sulle macerie della guerra e ancora un parcheggio vista mare. tanti i condomini esclusivi degli anni settanta, quelli popolari subito dietro, i villaggi di costa, (il Paradiso, la Pace e la Contemplazione) l’ospedale abbandonato, accanto la traccia potente della fiumara dell’Annunziata. Il tutto tenuto insieme dalla meraviglia del paesaggio dello Stretto di Messina.
Per qualsiasi progettista quel posto è una miniera inesplorata di progetti urbani va solo immaginato un percorso di progetto per aprire non solo un museo ma aprire anche la sua città, sarà allora che le opere del museo rimanderanno in circolo non solo il passato e le antiche vestigia ma un’idea di città cosmopolita. A quel punto forse sarà il museo che dirà: Apriti Città !
#aprititesta #apritisguardo #apriticittá #apritimuseo

L’estate è un lampo.

foto-3

Comincia il mese settembrino e così ci diamo una calmata. Ho vissuto giorni di guerra tra raffiche di karaoke e strabilianti esplosioni per spettacoli pirotecnici, ho visto sciamare i corpi fatti, sfatti e rifatti nelle prove  intensive di cortei non autorizzati sul percorso bar-piazza e spiaggia, in strada ballavano oscillando pure i santi e le madonne sudate per i manti damascati  e il carico di gioielli e di oro,  c’erano fracassi di ottoni e grancasse e bombe  musicali sparate dai cassoni delle autobimbominkia regalate da genitoriAminkia. Fluivano le colate inarrestabili di gelati da passeggio, passavano i piedi nudi  esibiti tra lacci , fibbie e plastiche glitterate e poi crescevano giorno per giorno quei tatuaggi con intere decorazioni floreali -zoologiche che partendo dal braccio raggiungono il deltoide, ricascano sul trapezio e il grande pettorale e poi seminano foglie, serpi e tutte le qualità entomologiche su cosce, dietro le orecchie e sugli inguini e i polsi; vedevo strisciare  sui corpi  gli scorpioni incastonandosi, svolazzare le mosche e le coccinelle, e poi le farfalline scivolavano nel solco intergluteo o chissà persino in gusci più nascosti.

Ogni giorno, di notte, esplodeva il  cielo dell’Illimite peloro , di qua o di là nella costa dello Stretto, un botto un lampo o una pioggia di raggi luminosi ricordava l’estroflessione invadente dell’estate.

Esplosioni fulminanti o di “spaccata”, combustioni animate dalla chimica che non ho mai imparato al liceo e dal colore dei minerali, quei lampi colorati gridano sgargianti dei componenti  che sembrano invettive , Cloruro di rame, Stronzio e Bario!

Poi c’è l’arte che li fa più belli e la tecnica che li mette in sequenza e giù botte e scoppietti, stelle, pioggie e colpi sicuri, bombe lunghe e controbombe.

Il pubblico sulla spiaggia di Cariddi assiste attonito e ricorda sempre che la tv ci ha mostrato tutte le ultime guerre come degli spettacolari war games in cui il bagliore accecava i vivi non facendo vedere i morti.

“Chi sogna può muovere le montagne” – “o anche i mari”

Immagine

Una barca-porta è un oggetto ibrido. E’ una diga di svuotamento e allagamento che chiude i bacini di carenaggio facendo da tappo al mare

Messa lì dove l’ho trovata, sembrava un reperto, una barchetta  di un gioco archeologico seppure alla dimensione dei Titani.

– Tutta l’Acqua fuori-  gridavano, aspettando che il mare uscisse e si svuotasse la stanza; la stanza si svuotò e apparve la stazza di una nave:  all’asciutto finalmente puoi vedere tutto e tutto appare greve e sporco incombendo sulle figure piccole degli umani.

Manine, Puntini in movimento, lamette, chiodini e martellini, scintille minuscole, tutto cambia dimensione nell’asciutto e diminuisce senza l’obiettivo fotografico.

Paesaggi metallici pieni di scarti, pesi, ruggini e vernici contro un cielo azzurro, eoltre la barca-porta c’è un mare blu che spinge dal basso verso l’alto e dà testate spumeggianti.

La barca-porta di riserva  appoggiata sulle pareti è tanto possente quanto inutile, appare come un modello quasi antico o solo un gioco recuperato da uno scavo, è un’arca o una macchina scenica e sembra che stiano per cominciare  le naumachie.

Avrei voluto aspettare l’arrivo del mare e il riempimento della stanza, ma questo era impossibile, decisi di fare il Fitzcarraldo,  presi la barca- porta e attraversai la lingua di terra portandola in mare aperto, di lì a poco il mare si svuotò: milioni di pesci e conchiglie aderenti alle controventature, alghe spiaccicate alle pareti e pendenti dalle saldature, le dimensioni erano ancora cambiate in quel wasteland marino. In groppa alla porta aprimmo le chiuse, il mare defluì dall’alltra parte con grandi scrosci d’acqua, il mare si era mosso; tutti noi invece no.

i passanti scomparsi

 

6a00d8341c576e53ef00e54f6f30738833-640wi

“…Insomma, gli spazi si sono moltiplicati, spezzettati, diversificati. Ce ne sono oggi di ogni misura e di ogni specie, per ogni uso e per ogni funzione. Vivere, è passare da uno spazio all’altro, cercando il più possibile di non farsi troppo male.”

Sia che si parli di città e quartieri, di aree marginali, periferie o centri storici o anche persino di condomini, o anche villaggi con villette unifamiliari e villone extralarge, la frasetta del buon Perec usata all’inizio, me la porto sempre in mente.

Ti facevano studiare che il senso dei luoghi aveva ragion d’essere proprio perchè avveniva un miracolo insediativo: quello che riconosceva e attribuiva a qualche singola parte di quel luogo un valore comune, un lampo dell’essere e quindi dell’habere, un abitare legato alla relazione insperata fra diversi, quella che permetterebbe fuori dall’abitazione-dimora di sentirsi parte abitante che può deporre le protezioni e girarsi persino di spalle.

Nella moltiplicazione degli spazi contemporanei la comunanza si restringe al caso e all’occasione; e questo è direttamente proporzionale alla velocità di attraversamento e all’instabilità permanente.

La moltiplicazione delle esperienze possibili in una stessa giornata e in uno stesso luogo produce perimetri, luoghi di stabilità apparente, a volte cluster. Sulle soglie di questi perimetri si ricostruisce il terreno comune, corridoi che attraversano o che si modellano sui confini dilatando le soglie e divenendo stanze.

Ogni passaggio tra uno spazio e l’altro è la vita. Aprendo delicatamente o forzando le porte si mette in moto una possibilità, malgrado la convivenza separata o quella prigioniera.

Quante stanze ha questa casa? mi viene da dire,

“Una per ogni voce” mi rispondo a mente,

“E quanti salotti ha?”

“Tanti quanti i culi che ci si siederanno !”

“Quante lampade e quanti letti, quanti tavoli e quanti quadri?”

“Troppi gli dissi, “

e aggiunsi:

“Qui le cose hanno vita propria, galleggiano senza le persone scomparse tutte nei vari traslochi.”

il magnete e la bomba (Dialogo sul costruire)

Immagine

“Costruire una linea provvisoria tra due mari è un esercizio di decisione, ti dico! “

“Mah, mi semba che è una decisione labile quella che pone un dentro e un fuori proprio lì! Disse lui, “è una specie di contraddizione stabile nello spazio aperto.“

Cercai le parole. – “Mi spiego: un muro di legno fatto così ,orizzonta i passi, inventa righe su cui poggiare l’aria vorticosa , le aspre montagne, e i riccioli  variabili delle onde, è come un piano inciso dagli occhi che guardano da entrambe le parti della staccionata.”

“Ma perché costruisci? Cosa ti manca?” disse lui quasi preoccupato dalla mia malattia di costruire.

“Non mi manca niente, ho tutto davanti, ma poi quel tutto è troppo e quindi cerco di riordinarlo su una pagina,” mentre dicevo quelle cose era come ragionare a voce alta, “Costruendo quel muro ho davanti  come una specie di pagina a righe, astratta come una linea analitica del ragionamento.Fuori dalla pagina è rimasta tutta la meraviglia delle nature inconciliabili, dei venti violenti e dei movimenti delle correnti.”

“Ma è tutto già pieno, non credi che togliere sia meglio di mettere?” mi disse preoccupato;

Guardandomi con cortesia mi disse quasi per convincermi :“Dai , togli qualcosa e vediamo che succede.”

“Guarda che togliere è il mio pane, ho tolto tutta quell’aria che circolava, l’ho sistemata appena un po’, e devo dirti che mi sembra già più in ordine. Che ne so, ho come fatto una riga sulla sabbia.” Mentre spiegavo pensavo, ma cercavo le parole, volevo essere il più chiaro possibile :

“E’ come la riga fatta ai capelli quando sei bambino prima di uscire e prepararsi ad un incontro con persone serie, la riga ti riordina un po’;”

Forse  mi avrà segnato quella scriminatura dei capelli netta e immancabile che mi faceva mio padre prima di uscire, ci pensavo quasi sentendo il passaggio chiaro sul cranio con il pettine d’osso in aspersione d’acqua miracolosa, passavano i denti stretti dividendo le ciocche lunghe e portandole  a sinistra , mentre a destra restava il corto, ma era un ordine provvisorio come questo muro temporaneo sulla sabbia, dopo arrivava la vita e portava lo scompiglio. 

“Tu parli di righe, ma a me piacciono i ghirigori imprecisi della natura, quelli che non puoi fermare con le mani e che nessuno riesce a costruire, qualcuno ci ha provato, li ha messi sulle case ma alla fine case erano, li ha messi su trochi di pietra ma alla fine erano solo colonne, li ha ripetuti in tralci contorti sotto i balconi ma non erano lievi come i rami.” Ripeteva una frase, con un tono serio quasi per convincermi. “È tutto già fatto, non ti offendere ma le righe non mi piacciono e neanche mi servono.”

“Hai ragione ma anche nessuna ragione: una calligrafia dello spazio vive pure senza le pagine a righe, si dispone a piacimento, si sovrappone senza ordine e ne ha una sua ragione. Una pagina come questa è solo un campo in cui far fermare degli occhi e trovare qualche misura. Lì dietro passano le storie e i corpi ,  puoi anche vederli, solamente che non sono storie dichiarate, ci sono tanti sottointesi e anche qualche equivoco, poi arrivano anche i venti  lì dietro su entrambe le facce, da nord  si ammassa il maestrale, mentre da sudest si stocca lo scirocco.Sul muro inciso dalle righe, i venti vivono a lamine e si mescolano a strati.”

“Si va bene, tu spieghi e sai cosa dire,  ma a me piace essere libero, non mi piace essere amministrato da un muro e da una protezione , io voglio rimanere immerso in quel che c’è, mi piace spostarmi e non mettere fondamenta.”

“L’immersione è un’esperienza multisensoriale, vive di equilibrio e si appoggia a dei limiti, si intrufola in canali e poi trova improvvisi slanci in luoghi rarefatti, la densità fa faticare e i passi sono più piccoli, ma poi per sempio ti trovi nel bel mezzo di un posto ampio e… sai ,tu dici che vuoi essere libero di spostarti dove vuoi, ma nei posti  molto aperti succedono cose strane, le persone si  riavvicinano per non perdersi, si densificano intorno alle ombre, si appoggiano alle superfici, si chiedono e ti chiedono dove stare.”Cercavo di spiegare l’esigenza delle costruzioni, quasi la richiesta  naturale all’edificazione, ma sapevo che non lo convincevo e continuavo: “La paura del vuoto la puoi vedere nei grandi spazi urbani, nei campi distesi delle pianure, nei grandi spazi contenitori senza folla. Anche qui dove siamo adesso, puoi non aver nulla e stare bene ma puoi anche trovarci delle cose e meravigliarti che non hanno tolto nulla alla bellezza. Lo so costruire sembra necessario ma a volte è anche davvero superfluo, lo vuoi e ti respinge.” Lo dicevo e fra me pensavo : è così da sempre! e  da sempre ci saranno stati dialoghi faticosi come questo.

Lui perentorio : “Ma nella bella natura, costruire mi respinge sempre, di questo  sono sicuro!”

“ Nella natura accadono tante cose , nessuna natura è immobile, persino quella pietrosa e secca subisce variazioni minime visibili solo a chi vuole vederle, sono modificazioni per dilavamenti delle piogge, per i venti  e  per gli eventi tellurici per esempio.”

Prendevo fiato mentre l’aria passava dalle righe del muro di legno: aria fresca da nord e calda da sud, cercavo, parlandone e dialogando con lui una superiore giustificazione all’atto originario del costruire.

“Sai  a volte, la bella natura, come la chiami tu, si appoggia anche alle costruzioni, se riescono nel loro compito e se sanno cosa fare, quelle costruzioni sono un dispositivo potente, una doppia arma in mano alla natura e in mano agli uomini,  sono magneti e bombe esplosive , attirano vita, parole, corpi e sguardi, e  tutti gli strati di natura presenti in quei luoghi,  poi d’improvviso dopo avere accumulato l’energia diventano bombe facendo esplodere i  desideri, si spargono intorno e ritrovano la natura.”

Occupa Waterfront

occupy wf 1L’Occupazione del Waterfront è un’attività ciclopica , un’attività memoriale di vite e costruzioni.

Sulle linee delle coste urbane avviene di tutto, anche quello che si rilascia lentamente nel tempo. Un rilascio controllato di sostanza e apparenza, un’ immissione forsennata per  una futura sottrazione. Tutto ciò che accade spinge alla saturazione di ogni spazio di libertà.

La densità però è anche un sintomo di convenienza e di tensione della vicinanza, di un corpo a corpo tra le affermazioni e le possibilità.

La spinta da terra è costante, mentre da mare  l’acqua erode e risacca.

Queste pietre artificiali sembrano messe li per un raduno di Ciclopi, un raduno vasto , grande come un territorio, mentre lungo le coste urbane accade di peggio, raduni lillipuziani e accaparramenti molecolari. Le storie d’uso delle parti comuni nelle città , siano queste interne o siano esterne, contengono lunghi racconti ma anche prepotenze, sfide o duelli.

Il racconto territoriale riassume in una sola linea di costa un tratto lungo molti chilometri che procede per rette e segmenti, e poi si insinua in rade e si affaccia in promontori, si sfalda sabbioso in sbocchi incerti di fiumare intubate, si accumula in promontori instabili di varianti infinite di sfrabbricidi . Quel racconto disegnato dalla linea delle cartografie è come un’operazione sanitaria di sterilizzazione dei fattori epidemici. La città che ha tanti corpi, quando fa notte e tutto è scuro, è ricompresa dentro un unico grande corpo, certo collerico ma addormentato nello stesso respiro.  Quel corpo suda e ansima , sogna o grida per gli incubi, si accuccia sotto le certezze e si scopre dai desideri. Ogni parte lontanissima di città sulla costa, è corpo diverso ma anche unico corpo disegnato dal suo contorno di costa, cosicchè anche quando una di queste diverse parti muore, il grande corpo comune continua  a vivere. L’Occupy Waterfront è una partita su dei massi ciclopici e il suo peggior nemico è sempre Nessuno.

occupy WF 2