ammasso

ammassoho trovato spazio e ho fatto un ammasso

 

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Il bosco in una vasca

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Relitto della campagna trasformata e delle feste estive affogate. Un tuffo nelle essenze asperse mentre gli agrumi restano galleggianti  in superficie, il solito brutto tuffo di pancia sbattendo duramente e malamente sull’abbandono.

Non era più una gebbia ma era diventata una vasca per nuotare, il muschio era un malanno appiccicato alle fughe di boiacca delle piastrelle, il verde un sintomo della ruderizzazione che si allargava persino allo specchio d’acqua.

 Il fondo di quella vasca aveva la misura dello sguardo, uno sguardo che si poteva cogliere subito dopo averlo gettato, si tirava su sporgendosi sull’acqua, con poco era salvo e lo si recuperava tra i licheni e le alghe.

Lì in acqua era caduto  tutto un bosco con i rami, le foglie e le bacche, il prato di muschio era un tappeto sul fondo un po’ spiegazzato dall’acqua mossa; in un solo inverno si era invertito il paesaggio, la campagna si era asciugata e l’acqua si era inverdita.

Il fondo inclinato e piastrellato appariva piegato dal peso delle fronde abbondanti e dalle stanchezze specchiate.

Il bosco in una vasca è solo una visione catturata, un senso di vita e di fine, di novità e di stagnazione. Nell’acqua verde-muffa ogni oggetto affogato dal tempo è un’impronta, lì è anche un corpo alla deriva e un relitto. Un bosco in una vasca non esiste più, io vedo il cielo sotto di me; in cielo che sta sotto l’acqua è striato come da nuvole ma sono i filamenti dei licheni. Svuotata la vasca, avrai svuotato il bosco e la vasca sarà una nuova radura per immaginare un inizio.

a fondamento

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A ogni passaggio veloce in macchina guardavo e pensavo cosa generasse quella materia, le pietre ordinate e la roccia spaccata si sovrapponevano. Si confondevano il tempo e il risultato.

Il muro era il derivato della roccia o la roccia l’astrazione del discorso ordinato dalle pietre? Muro sottotitolo dell’energia della roccia o forse la roccia la tesi provata della verità di tutte quelle pietre tagliate e murate?

La trasformazione di una roccia richiede tanto rumore, botte da orbi, schegge , esplosioni, fratture, mazze, picconi, violenza e forza di braccia. La costruzione di un muro richiede: preparazione, fatica , esattezza, pulizia. Guardare la stessa materia in due stadi è come affidarsi a un dizionario enciclopedico, si trovano le ragioni della natura e quelle dell’artificio: tutto ha una spiegazione. Vedere la materia di corsa, con lo sguardo mosso dalla velocità, è una prova del pensiero, del vedere e del suo legame con l’idea. Una specie di misurata felicità.

Farsi un’idea del mondo attraverso una comparazione non è una presunzione ma una specie di riduzione ai minimi termini di tanti discorsi . Corro via dicendo che tutta la materia deriva da un ordine o forse anche da un altro ordine.

Sopra ponte

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I disegni notturni sono fatti dalle luci dei porti .

Le navi sono sorprendenti creature notturne e sono delle grandi disegnatirici di città; vedono e tracciano una sembianza, consentono un’osservazione e te ne fanno avere un’idea.

Sulle navi di notte trema la luce dinanzi ai tuoi occhi, corre sull’acqua scura e si spezza sulle onde, mentre il lampo affoga nel buio.

Quando salivo sul ponte superiore di notte, la nave disegnava uno sguardo vasto, correva tutta la notte disegnando cielo mare e terra, una geometria bella, mobile e inumidita dall’incertezza dell’acqua salata.

Un ponte è una città o è una casa, è un balcone, una terrazza, un panorama, un tracciato, un mapping di un’astrazione, una visione e un desiderio. Sui ponti avvengono tante storie private ma agli occhi del pubblico, sui ponti si perdono le parole al vento, si ascoltano i rumori del vuoto, si avvolgono le emozioni nelle sciarpe.

I ponti delle navi traghetto sono storie cominciate e ricominciate, tempi sospesi, telefonate silenziose. I ponti viaggiano più dei viaggiatori e lasciano sole le frasi. Ho fatto tante volte avanti e indietro, perdendo il viaggio e trovando un ponte notturno. Affacciato, vedevo la città che vibrava ed io la lasciavo non sapendo quale delle due città sarebbe apparsa o scomparsa. Mi fermavo sotto la solita notte e sopra il ponte.

Un corpo dal cuore di vetro

Il riuso di quella stagione e di quei litri di vino scivolati in corpo si trasformò per nostra meraviglia nella costruzione di una stanzetta improvvisata, non c’era nessun mattone sull’isola, solo pietre grezze di lava e cocci di ceramica frantumati, tanti rimasugli e un po’ di vento variabile.

Bere e costruire sono due cose che si accompagnano con grazia e necessità. Litri di acqua mai troppo fresca allenano violentemente la lingua e la gola che stanno distanti da qualsiasi bordo o collo di bottiglia, allenati e intoccabili. Bere sudare e costruire sembra un ciclo magico dell’acqua, un cambiamento di stato che porta le acque fresche a diventare muri.

Il Sudore bagna i corpi e  attraverso le mani entra nei muri e li traspira: si rende possibile un passaggio impossibile, passa lo stato da liquido a solido e da acqua molle a muro duro.

Qualunque cosa accatasti e assommi sulle file ordinate, tutti i tagli e i regoli necessari per salire i muri, tutte le fasi che compiono quello strano percorso tra immagine inconsistente e consistenza solida, s’inzuppa di acqua e liquidi: quella dell’impasto di malta o della calce, quella dei mattoni bagnati, o quella delle mani da lavare, quella dei muri spruzzati, quella del passaggio di bottiglie tra manovali e maestri, l’acqua che poi si fa vino nel pasto semplice del cantiere.

Quella volta nel  muro si aggiunsero, insieme all’acqua e al vino traspirato dai corpi, persino le bottiglie: una specie di riuso estremo; una comunione carnale tra la costruzione e gli strumenti, un rito fondativo che assomigliava ai cocci di terracotta degli antichi greci e dei romani incorporati agli altari. Usarono tutte le bottiglie che bevvero, costruirono un corpo forte dal cuore di vetro, una totalità solida realizzata tra pensiero, azione, bisogno e desiderio . Costruirono i muri e ci misero un tetto, tutti poi bevemmo al lavoro fatto, per caso  poi ci poggiammo l’orecchio curiosi sentendo  flautare sinistri i  severi i venti dell’isola.