Un corpo dal cuore di vetro

Il riuso di quella stagione e di quei litri di vino scivolati in corpo si trasformò per nostra meraviglia nella costruzione di una stanzetta improvvisata, non c’era nessun mattone sull’isola, solo pietre grezze di lava e cocci di ceramica frantumati, tanti rimasugli e un po’ di vento variabile.

Bere e costruire sono due cose che si accompagnano con grazia e necessità. Litri di acqua mai troppo fresca allenano violentemente la lingua e la gola che stanno distanti da qualsiasi bordo o collo di bottiglia, allenati e intoccabili. Bere sudare e costruire sembra un ciclo magico dell’acqua, un cambiamento di stato che porta le acque fresche a diventare muri.

Il Sudore bagna i corpi e  attraverso le mani entra nei muri e li traspira: si rende possibile un passaggio impossibile, passa lo stato da liquido a solido e da acqua molle a muro duro.

Qualunque cosa accatasti e assommi sulle file ordinate, tutti i tagli e i regoli necessari per salire i muri, tutte le fasi che compiono quello strano percorso tra immagine inconsistente e consistenza solida, s’inzuppa di acqua e liquidi: quella dell’impasto di malta o della calce, quella dei mattoni bagnati, o quella delle mani da lavare, quella dei muri spruzzati, quella del passaggio di bottiglie tra manovali e maestri, l’acqua che poi si fa vino nel pasto semplice del cantiere.

Quella volta nel  muro si aggiunsero, insieme all’acqua e al vino traspirato dai corpi, persino le bottiglie: una specie di riuso estremo; una comunione carnale tra la costruzione e gli strumenti, un rito fondativo che assomigliava ai cocci di terracotta degli antichi greci e dei romani incorporati agli altari. Usarono tutte le bottiglie che bevvero, costruirono un corpo forte dal cuore di vetro, una totalità solida realizzata tra pensiero, azione, bisogno e desiderio . Costruirono i muri e ci misero un tetto, tutti poi bevemmo al lavoro fatto, per caso  poi ci poggiammo l’orecchio curiosi sentendo  flautare sinistri i  severi i venti dell’isola.

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Trovare l’abito

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Prima di incontrare il progetto capita di incontrare l’esistente. L’esistente non è solo quello che è stato costruito dal nulla e che adesso inciampa nelle altrui volontà e nelle tue attività.

No, l’esistente è spesso un groviglio di fatti, un ingarbuglio di azioni e di reazioni.

A chi capita d’intrufolarsi in luoghi costruiti ma sgrammaticati, capiterà di sbattere con gli strati della polvere annebbianti e il patrimonio olfattivo della storia, tasterà le pietre i muri e le travi improvvisate e affonderà nel manto di sporcizia sul pavimento.

Nel  momento in cui devi capire come andare aventi e capirne il senso, misuri lo spazio delle cose imperfette e vai giù a stendere fettucce graduate a lanciare raggi laser magari incrociandoli con le misure sentimentali fatte dai passi, dai palmi di mano e dalle occhiate sintetiche.

Poi alla fine quando sei tutto immerso nel lercio della storia, nella contorsione degli avvenimenti, negli errori delle cancellature e negli scarabocchi delle costruzioni, hai ammonticchiato foglietti annotati da numeri e decine di riferimenti.

Arriverà il momento delle restituzioni in pulito, di come dare forma disegnata a ciò che hai visto e toccato carnalmente, a quel corpo su cui ti sei disteso, che hai sfiorato e palpato. Misure e misure, angoli e triangoli magici che ti fanno ritrovare le posizioni dei punti.

Una codificata scienza del rilievo riporta a forma l’informe, ed ecco che linee e segmenti schizzano da punti piegati e raggiungono il punto vicino, poi il punto prossimo e poi anche quello distante. S’inseguono da punto a punto e da muro a muro, ogni rimbalzo è una certezza del disegno e una preparazione per il progetto. Alla fine si arriva al disegno di una mappa terrena, nessuna stella polare ma solo muri e misure, incavi e anditi, spigoli e sagome, tracciati e scalini, mancanze e finestre, passaggi e soglie infinite. Una planimetria con tanti triangoli per capire dove sono poste le cose, un groviglio da cui uscirne, un cartamodello di realtà per un mondo nuovo tutto da fare. Ci penso e sono come quei grovigli di linee tracciati su un foglio che guardava mia nonna,  io entravo e dicevo: “Ma che stai facendo?”, e lei: “Niente guardo queste linee, è un cartamodello burda, seguendo queste linee troverò le parti di un abito importante,  le taglierò e poi le cucirò”,  io invece oggi, a chi me lo chiede, rispondo che tra queste  linee che ho tracciato sulla carta troverò le parti di una abitazione, forse perché abitare è solo un posto dove deporre l’abito.