Sembra pepe nell’aria

Le forme autorganizzate nel cielo appaiono nella mia ossessione per le nuvole, poi negli strati di calore che cambiano la luce, nei movimenti e nelle densità del cielo, nei passaggi di chi va e chi viene. Il cielo come in uno  specchio impreciso e fuori fuoco insegue i movimenti delle correnti sotto lo Stretto; sotto o sopra che sia, tutto si muove e trascina gli occhi all’inseguimento delle forme.

Nei tempi di migrazioni si guardano gli stormi d’uccelli sopra lo Stretto, sono tanti e rumorosi, cambia la temperatura e cambia la loro vita. Cambiano le forme occupando spazio e liberandolo. Un minuto di densità e dopo pochi secondi la dispersione. I comportamenti biologici sono strani, illudono gli occhi, cantano qualche nota  e si fanno massa veloce, poi un silenzio sincronizzato e la massa precipita spaccandosi in fronti diversi aprendo nuove strade e ritornando .

Come in una massa di umani visti dall’alto, quei movimenti e comportamenti, quelle decisioni collettive, si basano su semplici regole di coordinazione locale (“auto-organizzazione”) che si estendono poi a tutto il gruppo come in una reazione a catena continua. Individui che agiscono interagendo per piccolisimi numeri e per somiglianza, gruppi di prossimità, di vicinato. Piccole regole e comportamenti che parlano di coesione sociale, quella  che diminuisce all’allontanarsi dalla distanza ottimale, quella per cui i soggetti possono conoscersi e possono essere informati della gioia o della rabbia dei loro vicini. Quante rivolte e quante azioni nel cielo, mossi e compatti sfuggono alle cariche dei predatori concedendo agli umani disegni e forme, masse murarie, volumi voltati, catini di cupole, flessi e foglie d’acanto. Però sono solo forme auto organizzate o come dice la piccola più realista  e poetica del padre – “Sembra pepe nell’aria.”

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è come un viaggio

Un video d’agosto è una possibilità delle pause sulle spiagge; è come un viaggio, la sabbia brucia e così registri quello che passa: non è una una luxury ship, non è una bancarella, non è niente di previsto. E’ un incrocio tra la sosta di una “baretta”in processione e una nave dei pirati, è un’idea di viaggio, partita da una costa tunisina o marocchina, è arrivata vicino a me, porta abiti e abitazioni, corpi assenti e corpi presenti, quando solca la terra ha nostalgia del mare e quando non sventola più nessuna pezza la giornata è finita. E’ un viaggio ossessivo e ripetuto come la posta di una Feluca sullo Stretto, il capitano si nascondeva perché sicuramente era clandestino e così passando quella strana imbarcazione appariva come un veliero fantasma.

Case sparse nel vento

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“l’abbandono contiene e racchiude quanto è custodito mi disse un santone per strada”

La terra è un racconto dei fatti accaduti, è un vassoio di prove ed errori. C’è la terra antica e distesa senza popoli insediati e senza case, appartenuta a pochi, una terra che chiamava i lavoranti ad ogni stagione produttiva; quella terra non seminava alberi e non costruiva case, aveva una produzione intensiva e tematica e nel tempo configurava il sorprendente paesaggio del sud, lontano da tutto, mosso solo dai venti e dalle arature calligrafiche delle rare apparizioni umane.

Un paesaggio strutturato che resiste con inerzia alle prove della giurisdizione che ha suddiviso, ridistribuendo, le terre. Non sono le leggi a cambiare gli uomini e neanche le terre. Le terre assegnate si popolarono di piccole case sparse come una gettata di semi, case per contadini senza più padroni e che autorganizzandosi dovevano cambiare il modello economico e l’agricoltura. Cambiò la proprietà ma l’agricoltura non cambiò, cambiò piuttosto intorno tutto il mondo, cascando in terra. Quelle case non vennero abitate e le sementi restarono le stesse. –Semina vento e raccogli tempeste- gridò il latifondista al mezzadro, prima hai voluto prendere adesso hai abbandonato. La stizza, la maledizione e l’incomprensione accompagnavano il nuovo mondo. Eppure le case erano un tentativo elementare di una nuova fondazione, come un ragionamento di suddivisione posto ad bambino, un’ ipotesi fatta a tavolino, suddivisa in quote e poderi, da un macro che si perdeva nello sguardo ad un micro che annunciava la mancanza di possibilità. Le case sembravano nate provvisorie e poggiate sul campo, la giustizia sociale le edificò ma il campo alla fine si disarò. Furono case che non ebbero mai abitanti raccogliendo vento e spesso tempeste, ogni soffio ansimante le ha attraversate; oggi sono anche loro collina e sono sentieri nell’erba ma non hanno pronunciato mai le parole.

E’ una terra mossa dai venti solo in superficie, con le case che sgretolandosi lentamente ritornano alla terra con lo stesso vento, case mai volute, mai  abitate mai modificate.

Il diario di una casa costruita

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Ho trovato il diario di un fabbricato: è fatto da due taccuini scritti a mano con una grafia precisa, corsiva come la mano inclinata che è passata attenta sui quadretti e le righe della carta sottile. Il diario è una storia di un lavoro e della vita di tante persone,di chi misura, di chi scava, di chi porta, di chi sa fare e di chi sa solo faticare, di chi pensa e di chi suda, di chi accompagna e persino di chi lascia. E’ una storia di un terreno e del suo cambiamento, una storia unica e ripetibile all’infinito, una storia che va fissata sulla carta per poterla variare mille volte ancora, tanto comune ma così singolare da essere stata scritta per quella sola casa.

È una biografia di una costruzione di quasi novant’anni fa: non è un progetto disegnato ma una narrazione tecnica di sassi pietre e sabbie, un elenco dei carri occorrenti e delle bisacce piene di cose, una lista di posti e località perdute o trasformate.

Come ogni tecnica lontana perdendo attualità e necessità riconquista la poesia lieve della distanza. Quanti uomini e quanti viaggi, quanti muli e quanti carri hanno camminato risalendo dal profondo dei torrenti e portato le sabbie fino alla marina, quante mani si sono passate e scambiate le cose e hanno fatto proprio tutte le cose che andavano fatte. Sono descritte tutte le giornate che sono servite e poi tutte le piogge arrivate, gli addii e gli arrivi, quanti uomini e quanti passanti, quanti soldi spesi e quanti pagati, quanti sbagli fatti e quante ripetizioni necessarie.

I muri della casa si sono alzati e per ogni mattone so tutto: conosco la fornace, il giorno di cottura, so quanti blocchetti di argilla sono stati portati e quanti ne sono stati alzati per ogni parete, conosco la storia e il tempo, ma non so nulla di cosa si sono detti gli uomini  che se li passavano. Il loro parlare sfuggì alla tecnica e al quadernetto, cosi non saprò mai se tra le file di mattoni e i lenti impasti manuali quei manovali e quei mastri si dissero qualcosa di importante, se rivelarono un loro segreto o uno indicibile della casa o magari un crimine avvenuto durante quei viaggi lungo le fiumare, se persero tempo raccontandosi la loro vita lontana dal lavoro, se odiarono il direttore di quei lavori che annotava tutto mentre loro invece faticavano.

Nel diario ho l’elenco minuzioso dei tipi di legname occorrente, ho quello dei laterizi e di tutto quello che va cercato in natura per poi essere trasformato. E’ come una storia di cacciatori e di coltivatori di materie costruibili, una storia di luoghi esclusivi ed originari, i luoghi migliori in cui trovi l’acqua buona e la terra ottima, i luoghi migliori da cui prelevare le sabbie e la calce e raccogliere i tronchi stagionati degli alberi più forti. Le sabbie di fiume sono raccontate per poi ritrovarle e per mescolarle, sono raccontate per indicare la ricetta e non sbagliare nulla, sono il diario per chi lo ritroverà e lo leggerà.

Un diario così è la vita perfetta e faticosa di un desiderio che diventa una casa, non ha sbavature e non sembra contenere nulla di personale, il diario finisce con tutto quello che è accaduto e con le cose occorrenti alla casa dalla sua nascita alla crescita fino alla conclusione , conosce i padroni, le monete spese e tutti gli uomini che sono stati necessari. Il diario tecnico di un fabbricato è un testo bellissimo, pieno di una vita precedente, si arresta sul compiuto e da lì ricomincia.