// Viaggio nello Stretto 2018 // Alfonso Femia e Giorgio Tartaro in viaggio sullo Stretto con 10 persone, dai Mediterranei Invisibili

Lo Stretto è troppo carico di peso simbolico per essere delle sole comunità insediate, è troppo carico di bellezza per essere un incidente, è troppo solcato per essere una cartolina, è troppo variabile per essere un taglio. È troppo inquieto per essere metafisico.

E’ l’attraversamento da un punto di un triangolo a un punto di una linea che corre per tutto uno stivale a forma di Italia. Questo Stretto si attraversa con navi, scafi, zattere e tutto il vintage della navigazione; si attraversa alla meno peggio senza troppa modernità, si attraversa nel pensiero di una andata e un ritorno, senza quel Ponte che appare e scompare e che attende solo lo sfondamento della frontiera dell’Ologramma.

Le navi che ancora si vedono sono opposte alla paura di restare da una delle due parti dello Stretto e marciano anche all’indietro delle loro motrici portando l’incontro delle tante parole

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Forme in città

Palazzi, strade, persone, auto, chiome d’albero, navi e ponti di comando. In una città a sorprenderti non sbagli mai.

Terra Bruciata

Oggi 28 ottobre al nostro  Studio in via ghibellina 96/b liberiamo i tavoli, pannelliamo le librerie e Apriamo a tutti per una mostra di fotografie che è un progetto, un incontro visivo e corporeo,  un impegno.

La premessa: “durante il primo pomeriggio dello scorso 9 luglio un violento incendio è scoppiato lungo le pendici del monte San Jachiddu. Le fiamme sono divampate tutta la notte riducendo in cenere buona parte del versante nord del parco ecologico dell’omonimo Forte. Decine di ettari di bosco e macchia mediterranea sono , bruciati, come le piccole strutture ricreative del Parco, mentre le creature selvatiche sono morte o sono state allontanate dalle fiamme. A pochi giorni di distanza il fotografo Gerri Gambino e la filosofa Giusi Venuti hanno percorso quei sentieri (…)”

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La poesia che prese il posto di una montagna.
(Wallace Stevens, “The Poem that Took the Place of a Mountain” The Collected Poems. 1954 )
Ecco, parola per parola,
La poesia che prese il posto di una montagna.
Egli ne inspirava l’ossigeno
Persino quando il libro era rivoltato sulla polvere del suo tavolo.
Gli ricordava di come aveva sentito il bisogno
Di un posto dove seguire una sua direzione,
Di come aveva riordinato i pini,
Spostato le pietre, e di com’era avanzato guardingo fra le nuvole,
Alla ricerca di un panorama appropriato,
Dove sentirsi perfetto in una compiutezza inspiegata:
La roccia ideale dove la sua inesattezza
Gli avrebbe infine dischiuso la vista verso la quale erano protesi,
Dove lui avrebbe potuto coricarsi e, guardando il mare in basso,
Avrebbe saputo riconoscere la sua casa, incomparabile e solitaria.

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open city -open mind-open eyes

La lunga gestazione,per la (quasi) apertura al pubblico, del nuovo Museo di Messina è durata trent’anni tondi!
Trent’ anni a cui vanno sommati anche tutti gli anni che sono passati dalla data del sisma del 1908.
Dopo il sisma il museo era uno di quegli edifici e istituzioni ritenuti prioritari e inseriti tra i primi cinque da costruire, nel 1913 fu pubblicizzato il progetto di massima attraverso le neoclassiche prospettive nel progetto del Museo Nazionale di Francesco Valenti, dopo l’altisonanza il museo poi fu arrangiato e ridimensionato al solo edificio della ex Filanda negli anni 50. Per anni e anni ancora una serie di restauri, allestimenti, direttori, progettisti, tutto questo a cavallo di un secolo.
Negli anni ‘70 il Ministero dei Beni Culturali incarica il maestro dell’architettura Carlo Scarpa coadiuvato da Roberto Calandra, con l’idea di ri-cucire finalmente le ferite del sisma attraverso un progetto di portata nazionale.
I passaggi successivi di competenze d’indirizzo e gestione dei beni culturali alla Regione Sicilia , fecero arrestare quel progetto .
Un appalto concorso affidò le nuove sorti del museo di Messina a nuovi progettisti che interpretarono secondo le loro capacità il tema definendo forma insediata e volumi , poi ancora progetti successivi per riempire di contenuti i volumi vuoti, tanti linguaggi e allestimenti e un ventaglio di progetti d’esterni e d’interni separati alla nascita.

In questo tempo lungo un secolo, in questo tempo speso o dissipato quel museo oggi c’è; il museo racconto della città è nato fuori città, su un margine esterno a causa dell’emergenza post sisma e con quel carattere di provvisorietà diventata poi permanente.
Nel frattempo che si costruiva il nuovo Museo sulla spianata del monastero di San Salvatore dei Greci con la vecchia filanda trasformata in museo, tutt’intorno la città ha fatto la sua vita: ha demolito, costruito, inventato, speculato, cancellato, deturpato, ipotizzato, cementato.
Quel margine urbano esterno importante ma non centrale, fuori dal tessuto consolidato, vivo ma anche incerto, ha assunto forma e polarità attraverso le funzioni urbane che si sono via via insediate, (ospedale, sbarchi e caselli del traghettamento privato, attività ludiche, parchi divertimenti e circoli sportivi, residenze, scorie costruttive, capolinea del tram, parcheggi).
Il tema mai affrontato è oggi quello di aprire la città al suo museo e quindi non solo di aprire il museo alla città. Le città si aprono alle funzioni specifiche degli edifici attraverso il progetto urbano, quello che legge, ordina, connette o tiene insieme il congruente e l’incongruente, prodotto dalla vita delle città.
Il museo ha intorno e all’esterno del suo recinto un’area pregiata ma disarticolata, una costa ingoiata dalle attività di scarico e carico delle navi traghetto private, un decadente luna park da paesello, dei muri invalicabili con dentro campi da tennis e spiaggia riservata; poi un giardino pubblico separato e costruito sulle macerie della guerra e ancora un parcheggio vista mare. tanti i condomini esclusivi degli anni settanta, quelli popolari subito dietro, i villaggi di costa, (il Paradiso, la Pace e la Contemplazione) l’ospedale abbandonato, accanto la traccia potente della fiumara dell’Annunziata. Il tutto tenuto insieme dalla meraviglia del paesaggio dello Stretto di Messina.
Per qualsiasi progettista quel posto è una miniera inesplorata di progetti urbani va solo immaginato un percorso di progetto per aprire non solo un museo ma aprire anche la sua città, sarà allora che le opere del museo rimanderanno in circolo non solo il passato e le antiche vestigia ma un’idea di città cosmopolita. A quel punto forse sarà il museo che dirà: Apriti Città !
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