Forme in città

Palazzi, strade, persone, auto, chiome d’albero, navi e ponti di comando. In una città a sorprenderti non sbagli mai.

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Mobìlio urbano

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Torna la bella stagione e le piazze si riempiono. Evviva torna di nuovo il mobilio urbano messo a  riparo per tutto l’inverno.

Una piazzetta come estensione di casa propria è un’idea di città partecipata dai propri scarti:  partecipano in massa  le sedie del terrazzo, anche quelle messe fuori vent’anni fa e levigate dal sole del Peloro, si sono aggiunte quelle ricomprate a buon prezzo all’emporio no-design e che brillano al primo sole di maggio; indimenticate tengono posizione quelle del bar con plastiche intrecciate come midollini dal giallo sole e dal color succo  di mandarino; poi resistono le sedie  vintage degli anni 70 stampate tutte insieme e estratte in un solo anno da una cava di polimeri moderni. Giù in fondo affacciate al balcone sul mare, in posizione di prestigio  come ogni anno, si ritrovano le sedie dispari della camera da pranzo che fu acquistata nei lontani anni ‘50. Pure se hanno perduto insieme al buffet e al controbuffet anche il tavolo e  le loro sorelle, sono ancora, in numero dispari ma perfetto,  la forma e la sostanza; appaiono ai naviganti come accoglienza domestica, sono il buongiorno e il buonasera e il benediciti, sono sfatte come le vecchie cosce e tinte come i colori dell’amica allieva parrucchiera. Le sedute, che avevano portato i pesi di tre generazioni in tutte le feste, i matrimoni, i battesimi e i funerali sono state rifatte. Molle tesate e fodera in similpelle restano un mistero di promiscuità tra le intime piegature dei muscoli e della pelle, le natiche stampano il loro imprinting  in tempo di canicola; l’imbottito  resta compresso e infine all’aria ritrova volume sfiatando stancamente.

Tutte le sedie per tutti i target, tutte le vite in una piazza, tutto un trasloco da dentro a fuori, tutto quello che non riconosci nella semplice panchina di pietra si trasmette nell’opera di mobilio urbano che ogni anno si ripresenta. È una comunità di individui che non si riconosce in nessuna panchina comune, in nessun silenzio o espressione sottotono; le sedie, sole o in compagnia, stanno sul suolo della piazza e  vivono al massimo di apparentamenti tribali. Vivono sullo Stretto, e guardano dalla balconata in fili d’acciaio accordata agli stilemi del tinello scomparso ma con sedie survivors. Tutti in Piazza, ciascuno secondo il suo culo, ciascuno secondo le sue capacità e anche le proprie necessità.