Il MuMe: la fabbrica, il tempo e la città

 

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Evviva, abbiamo aperto il Museo! Ci sono voluti 109 anni dal sisma, 104 anni dal primo progetto di Valenti, 64 anni dalla costituzione del primo nucleo nella ex filanda,  61 e 56 anni dai progetti dei funzionari statali, 41 dal primo progetto finanziato dalla cassa del Mezzogiorno a firma di Carlo Scarpa e Roberto Calandra poi dimenticato; poi 34 anni di tempo tra  l’appalto concorso vinto dalle imprese D’Andrea-Edilfer con il progetto architettonico di Fabio Basile, Manganaro e De fiore per  la costruzione  dell’involucro; 26 anni sono passati  dall’inizio del successivo progetto di riconfigurazione e allestimento interno dell’architetto Virgilio con la direzione museale Cicala Campagna e poi ancora altri 11 per i completamenti e adeguamenti portati avanti dall’architetto Anastasio con la direzione museale Barbera e Di Giacomo.

Ci sono voluti 9 direttori del museo che si sono susseguiti dal terremoto in poi, tanti funzionari del museo e restauratori, svariati amministrazioni regionali, tanti ma chissà quanti assessori regionali, decine di dirigenti e lavoratori. Quello che nelle dinamiche finanziarie costruttive e mediatiche dei  tanti musei contemporanei, appare veloce, qui ha assunto la complessità lenta e meridiana della parlata lenta, metafora allusiva di una Italia meridiana e di una Sicilia complicata

Il tempo però è una delle variabili delle costruzioni, per fabbricare ci vuole il tempo e i soldi,  il tempo spesso scavalca e calpesta  lo stesso significato delle cose, scavalca l’urgenza, le voci,  poi però arriva pure un tempo nuovo in cui le cose accadono.

Alcune fabbriche di edifici sono più o meno, sfortunate, collezionano incidenti, anche errori di concezione, sbagli tecnici e amministrativi, dissonanza tra domanda e risposta o spesso la domanda della società e la risposta del potere, degli architetti e degli esecutori vive in asincrono .

I cento e più anni della fabbrica del duomo di Siena, le tante chiese non finite, le incompiute della storia, i san Petronio, il tempio Malatestiano, le stratificazioni urbane, le fabbriche infinite dei grandi sistemi basilicali, le vicende tortuose di tante opere dell’archiettura moderna, le epopee costruttive ,ci stanno a dire che non tutto è liscio come l’olio e che il tempo della costruzione non vive di funzioni lineari.

Il viaggio pubblico dentro l’edificio del Museo di Messina finalmente aperto è un viaggio strano. Quell’edificio stava lì da decenni appoggiato sulla spianata di San Salvatore dei Greci, invecchiava con noi, segnava un limite fortificato tra sistemi di città, marcava un luogo senza essere utilizzato; eppure da anni e anni qualcosa accadeva lì dentro, una storia dentro la storia, lenta, sincopata, creativa, burocratica, accelerata. Una storia spesso interrotta e poi ancora riattivata febbrilmente.

 

 

Le fabbriche delle costruzioni sono strane, poichè dilatano l’esattezza del tempo di programma  e lo modellano su quella della società, meno la società è attenta più il rischio è quello di allungare le scadenze, meno c’è domanda meno c’è urgenza di risposta.

Quell’edificio visto da fuori era come un parente un po’ strano di cui sapevamo la gloriosa storia, ma di cui ci eravamo un po’ dimenticati, stava con noi, lo facevamo stare a tavola con noi ma era una convivialità senza discorsi, eppure lui era vivo.

In questi anni la presenza dell’edificio in apparenza finito conviveva con una città che tutt’intorno lo ignorava e faceva altro. Una presenza solida di un corpo a basso contenuto d’immagine architettonica, per capirsi niente d’iconico, niente di epocale, nessun messaggio o figurazione accattivante. Le stagioni passavano e nel giardino della memoria intorno al museo si piantavano frammenti architettonici, porzioni di portali sontuosi e fontane della città, una ricomposizione di figure in frantumi, le stagioni passavano e l’erba verde, la flora improvvisa e i fili gialli, le gramigne secche o le verdi ferule sommergevano facce di mostri decori barocchi e le aquile borboniche.

Fuori era immobile ma dentro la sua pancia continuava a comporsi e ricomporsi l’organismo. Da dentro uomini e donne lavoravano, piccoli passi, grandi passi, spostamenti, micromovimenti e poi  procedure oppure  cose solo dure a digerirsi .

La fabbrica costruttiva, il cantiere degli allestimenti e della costruzione scientifica dei progetti (museali) non è mai un’azione individuale ma un’incredibile azione collettiva composta da migliaia di azioni individuali che si ricompongono  collettivamente alla fine e con sorpresa in un organismo vivo.

Oggi sono percorribili 4500 mq di esposizioni, poi 3000 di spazi a servizio , poi altri 5000 esterni e poi ancora altri 1000 della vecchia filanda per le esposizioni temporanee. Dicono che il percorso cronometrato, con i fili multipli di lettura, le trame fitte e le trame lasche, con le gemme e le costellazioni di opere è di circa 120 minuti per attraversare 27 secoli di arte, lavoro umano, cultura e urbanità .

Io sono lento e non ho finito, ho visto il debutto per emozione e necessità, come evento comunitario prima ancora che come esperienza museale. Ho filtrato la storia con le immagini dei quadri, con i frammenti architettonici e scultorei, con quello che so e tutto quello che posso imparare.

La festa di apertura è tante cose insieme, spazio di comunità, rappresentazione, discorsi, città, persone, ruoli, baciate, strategie, accordi, sorrisi, veleni.

Un quadro della collezione La Madonna del Rosario del Museo Regionale di Messina, databile al 1489, è un’imponente pala d’altare proveniente dalla chiesa di S.Benedetto aldilà del significato artistico e attributivo è un quadro che schiera alla destra e alla sinistra del soggetto di culto le figure del potere, i notabili, i protagonisti, ecco all’inaugurazione c’era un po’ la stessa immancabile rappresentazione da portare nella memoria individuale e collettiva. Il soggetto e le schiere!

I musei sono tante cose, sono una macchina scientifica della narrazione della memoria culturale, sono luoghi di città e di esperienza, sono riferimenti spaziali, sono quello che riassumono e quello che proiettano, sono sempre e comunque un’occasione.

Di sicuro il museo di Messina soprannominato all’ultimo momento con una sigla MuMe che ahimè non ritrovi neanche nel cartello d’ingresso, è un’esperienza non banale, dentro c’è bellezza e complessità nelle opere, anche tanta eccedenza di allestimento, alcune ridondanze dell’architettura d’interni, ma anche una modalità di percorso architettonico:  un modo di affacciarsi,  risalire, inquadrare, ritrarsi, vedere, osservare, scorgere prospettive, lampi  e scorci di paesaggio. E’ un po’ come avviene camminando nelle città dove mai nulla è scontato, dove non tutto ti piace, ma insieme si tiene o s’incastra. Poi le opere raccontano vicende incredibili cui sarà necessario accompagnare successivi supporti didattici e topografici.

L’archeologia, i dipinti, le sculture, i frammenti architettonici, nel nuovo spazio rimandano in circolo dopo tanti anni di attesa (e più di 100 dal sisma) non solo il passato e le antiche vestigia ma un’idea di città cosmopolita, che connetteva esperienze globali e locali. Tantissimo da imparare rispetto al martellante localismo del presente .

Ecco il muso ora c’è, non consente più alibi, avrà bisogno di risorse per farlo vivere e programmare, avrà bisogno di finanziare la realizzazione di attività di servizio per la libreria e la caffetteria e i servizi collegati con i visitatori, avrà bisogno di risorse per la proiezione sul mondo.   Intorno, la città fisica ha bisogno di essere migliorata e integrata al polo, va curata , pulita come non si è fatto neanche nella giornata di apertura,  va ridato senso urbano alle sue parti sfilacciate e marginali, fuori dalle assurde vicende proprietarie tra enti diversi sull’appartenenza delle aree di costa, va ricompreso il ruolo di città e comunità. Forse vanno anche omaggiati attraverso i nomi e la toponomastica di tutti i luoghi intorno al museo tutti quei soggetti che nella storia museale della città ebbero il ruolo assoluto, salvando le opere, liberandole dalle macerie del vecchio museo civico e delle chiese distrutte. Un omaggio ad Antonino  Salinas e Gaetano Columba potrà farsi chiamando il viale o i giardini urbani che sono lì intorno.

Oggi il polo del museo è un frammento urbano che ricompone altri frammenti; frammento nella lingua italiana significa un piccolo pezzo staccato per frattura da un corpo qualunque. Questo esprime una speranza, ancora una speranza, e come tale trova confronto con il rottame, che esprime una moltitudine o un aggregato di cose rotte. In questo significato, rottame potrebbe essere il corpo della città futura se le cose non dovessero cambiare e sempre più̀ fosse accettato il disordine come dato e una scarsa o casuale previsione del futuro. Per questo credo anche nella città futura come quella dove si ricompongono i frammenti di qualcosa di rotto dall’origine.

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Così vicino così lontano, vedere la città

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Di tutte le arti quella di saper vedere è la più difficile” (E. De Goncourt)

Che siano le foto della tua vita privata, della vita sociale o dei luoghi del cuore, del paesaggio o della tua città, non si fa altro che sgranocchiare immagini, spesso le ingoiamo senza masticarle tra un beep e un Wup, di sapore non ne vogliamo proprio sentire cosi che le sputiamo prima di vomitarle. Le cause? Spesso siamo al rigetto per troppi contatti social,  troppa messaggistica, troppa simultaneità;  troppe figurazioni per semplificare qualsiasi forma di astrazione che potrebbe far sforzare il pensiero e provocare l’allenamento alla concentrazione;  la vita visiva  ogni giorno è rimpinzata di foto più di un rotocalco per bulimici,  una foto come premessa, una come tesi, una a commento e poi una come nota a piè di pagina, una come smentita e poi una a contro smentita, e poi  e poi… ancora e ancora…

Le foto della città fisica, magari della tua, sono strane, ossessive ripetizioni di cartoline, restituzione del già visto, ricercati glamour per collezionare like, poi qualche volta le foto diventano meravigliosa trivellazione di risorse dai pozzi abbandonati o ricostruzioni sorprendenti dell’invisibile per rinnamorarsi dei luoghi.

Le città hanno sempre avuto bisogno non solo della loro vita interiore, ma anche di qualcuno che le raccontasse in giro, le dipingesse, le descrivesse ai forestieri e spesso anche agli stessi abitanti così pressati dalla vita e dalla morte da essere costretti ad attraversale ed usarle senza neanche poterle guardare da fuori, oppure cosi abituati a guardarle ogni giorno distrattamente da non saperle vedere.

Alcune semplici immagini zenitali del nostro territorio e della nostra città poco tempo fa hanno destato meraviglia, foto fatte da droni senza anima e funzionali alla tecnica del racconto delle gare ciclistiche o a quelle del racconto della sorveglianza di polizia del G7, hanno toccato le nostre latitudini e le corde del nostro immaginario.

Eppure da anni smanettiamo senza sosta su Google maps o su Google Earth; zoomiamo sugli smartphone e ci alziamo in volo dal quel cacchio di scrivania dell’ufficio; planiamo su viali e i boulevards di posti vicini e lontani cercando quell’impossibile “non luogo” dove si svolgerà quella fantastica festa del sabato; o cerchiamo la casa dell’amichetta di tua figlia che ha deciso per scelta di famiglia di costruirsi la casa in quel famoso poggio dove pure il famoso “signoruzzu ha perso le scarpe”.  Tecnologici e tattili planiamo e navighiamo, potenti più di Batman e Tim Burton però poi precipitiamo sulle terrazze di Lilla e Nino, finendo pure dentro la lettiera del loro gatto Sciollero, vediamo con il Gps pure i loro slip e le canottiere appese ma ogni volta che vediamo una bella ripresa TV o una foto di chi vuole raccontare la nostra città ci meravigliamo e diciamo, Mizzica e questo dov’è?” 

Niente, tutti questi anni di overdose d’immagini sono stati inutili, più il territorio e a portata di click meno capiamo dove ci stiamo infilando e se stiamo vedendo, più zoomiamo e meno guardiamo. Quindi benvenute immagini che hanno fatto scoprire che piazza Castronovo è tonda e che il PRG post terremoto ha fatto costruire gran parte della città a scacchiera , e ben venga che si siano scoperte  le curve sinuose delle coste del messinese o la linea mossa e accidentata delle rocce joniche e le geometrie sontuosa del Teatro greco romano di Taormina.

Ma insieme alla visione fatta dal drone, quella lontana che restituisce una sintesi quasi sempre bellissima, c’è n’è un’altra, la visione ravvicinata che dettaglia la ricchezza dei particolari, che inganna l’occhio e la mente. È bello il paesaggio urbano e territoriale della città dello Stretto, belle anche tante architetture viste da vicinissimo: la ricchezza dei materiali, le forme urbane del decoro dei gessi e cementi, delle figure apotropaiche piazzate sulle finestre e i portoni. La visione ravvicinata ci fa vedere gli stacchi volumetrici nei dettagli di alcuni buoni maestri dell’architettura passati da qui per ricostruire la città azzerata;  ci permette di osservare  i piacevoli  i tentativi del professionismo locale di applicare le arti all’edilizia condominiale del boom messinese degli anni 50 e 60 fino agli albori del 70; da vicino appare pure  chiara la trama e il rigore delle textures delle prime forme edilizie a basso costo degli istituti per l’edilizia popolare o  degli elementi materici di alcune strade.

Poi però ci sono le visioni intermedie, le più crude: quelle spesso dicono le verità;  altro che piercing urbani e tatuaggi, spesso è roba da splatters . La città non è una veduta e neanche un vetrino al microscopio, funziona ancora benissimo dalla grande distanza, funziona egregiamente a distanza ravvicinata, perchè l’occhio può selezionare; ma poi, perché non funziona alla distanza intermedia? Quella dello sguardo delle relazioni tra parti e quindi delle relazioni della vita; da lontano siamo tutti belli e tutti amici, da vicino forse ci amiamo o ci scanniamo, ma alla distanza intermedia vediamo ferite cucite alla meno peggio, coltellate reiterate, polveroni e macerie nascoste sotto il tappeto, decapitazioni e mutilazioni, innesti cyborg, poltiglie urbane, impianti tecnologici e domestici vomitati sui balconi e sulle facciate, piazze sfigurate, “tagliate di faccia”,  protesi malmesse e sprangate squadriste su corpi urbani già deboli.

Le foto della città raramente annunciano un tempo, più spesso lo arrestano, sciogliendolo nella nostalgia del com’era, oppure sciogliendolo in un acido del presente.

Occhi ne abbiamo? Ma per usarli dobbiamo vedere e  quindi pensare, insomma serve allenamento a vedere e anche a immaginare. La visione è la forma di conoscenza principale della nostra cultura, ma la distanza e la scala possono cambiare il senso  delle cose. Nel film Blow up di Antonioni  l’ingrandimento fotografico è un metodo e farà scoprire a Thomas un delitto, insomma anche qui tra visioni urbane cosi vicine o cosi lontane , ingrandendo le foto……..si scopre un delitto come in “Blow-up”, spesso è il delitto del paesaggio o delle deboli tracce della qualità  urbana.

Socrate insegnava a Teeteto che non vediamo perché abbiamo gli occhi, ma abbiamo gli occhi “per vedere”,  per narrare e pensare  la città ricominciamo a fare delle verifiche per vedere alla giusta distanza.