Cosa ci cavi da queste domande?

imageCosa ci cavi da questa terra senza un filo d’erba? Ci cavo il possibile.
Cosa ci cavi da questo deserto collinare dove non è mai nato neanche un albero?
Ci cavo l’impossibile; prendo materiale, ci cavo povera sabbia, ci
cavo questa collina sfarinata spostata lì nei compluvi dai venti e dal
mare, in lunghissime ere più lunghe degli anni e del tempo delle
storie.
Cosa ci fai con la collina sfarinata? Raccolgo questa farina delle
pietre e ne faccio cumuli setacciati; è come un raccolto ma è un
raccolto definitivo che esaurisce la coltivazione e ricolloca la
collina sfarinata nel calcestruzzo, impastata come pane per affamati
di costruzioni, indurita infine in volumi abitati da altri
vitalissimi organismi umani.
Come lo fai questo raccolto? Arrivo, ci ficco una benna e sposto la
montagna, cambio i piani e le terrazze, decresco le inclinazioni e
riduco le vette. E’ un gioco faticoso che disegna altri paesaggi e
modella sabbia come fosse un corpo morto, immenso e gulliveriano,
svelato dagli uomini e richiesto dalle braccia degli uomini.
Tutte le carezze e gli schiaffi del vento sono arrivate lente come il
tempo delle ere geologiche, adesso l’erosione meccanica procede per
cronoprogrammi, stria, asporta, costruisce un nuovo mondo senza
elevare nulla, il cronoprogramma si fermerà all’esaurimento della
risorsa.
Ho paura di sbagliare e rendere irrimediabile il danno- disse l’uomo
che guidava la benna -, così procedo per parti e lascio mucchietti di
sabbia , un po’ come facevo al mare quando ero piccolo, procedo per
parti e lascio piccole torri di vedetta, una specie di città desertica
punteggiata da alture e sui cui vuoti stendere tappeti e stuoie per
le preghiere umane nei confronti di questa terra trasfigurata.
Ogni cumulo di sabbia è lasciato lì per far credere a me stesso che,
seppure la mia missione è la tabula rasa e alla fine devo azzerare tutto,ho comunque nel frattempo provato a disegnare un mondo.

La città seccata

SAPONE

Corpo bianco di soda, cardato dal sole . In un panetto di sapone ci sta tanto olio di ulivi quante sono le mani fabbricanti, ci sta tanta forza quanta diluizione. Ci sta l’abbandono del profumo sulla pietra rovente, ci sta la capacità di fare le cose prosciugata dalla mancanza di riparo e dai risucchi predatori di soprusi cattivi e ruffiani.

Al sole riappare la storia millenaria delle misture di Aleppo. La superfice cretta è una mappa incisa, una storia incrostata di pulito e di rivoli sporchi andati perduti, di corridoi piagati che hanno inglobato le peggiori infezioni rilasciandole lentamente ad ogni goccia di acqua del cielo e ad ogni tentativo di fare pulizia profonda.

Il sole spacca e apre solchi, asciuga a fondo e ripropone la corteccia degli ulivi originari ,  il sole riappare nei mondi cavernosi e reticolari della materia come se questi fossero le facce delle persone dalla pelle sgranata e dai cuori rallentati, prosciugati nell’anima e nelle risorse.

Il sole è come un bastone appuntito che traccia arabeschi interrotti sulla pasta dura del sapone. Rimorsi e nostalgie  si confondono e precipitano dentro le ferite asciutte, aspettano acque curative che schiumano leggere;  la ricchezza è delle mani che rigirano quel mattone di Marsiglia e distendono manualmente le piaghe;  è una specie di rigenerazione che per farsi aspetta la consunzione. Oggi è uno di quei giorni in cui puoi prendere la tua città tra le mani e rigirarla tra i palmi sotto l’acqua , curarla un po’ con le mani usando  la sua stessa materia originaria, distenderne i solchi e riportandone un odore. La città è un panetto di sapone in un giorno di sole,  con le tracce profonde che lo sezionano da parte a parte,  lasciarlo ancora lì abbandonato è una decisione di chi preferisce mettersi le mani in tasca voltare la faccia e andare.  Prenderlo in mano, sotto l’acqua, passarlo da una mano all’altra mano  è un modo di riattivare l’odore e di ridare un desiderio. Ci potrebbe essere del buon odore in città. Prendi il sapone, serve acqua e servono le mani.

Il vento sposta i muri

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Muri fatti con le mani, muri aperti con gli occhi, muri costruiti dalle parole, girando per le strade della città ventosa tutto si consuma, che siano mani o che siano muri , che siano sguardi o siano voci.

Un muro è la sottile palpebra tra dentro e fuori. La possenza è solo l’apparenza.  Il muro spolvera e si scompone; spolvera ossido ferroso e trascolora l’argilla, la pasta tra i mattoni si incurva e si assottiglia come levata da un dito affondato nella malta.

Levare mattoni e levare parole, aprire varchi e trovare lo spazio percettibile.

Quando si costruisce un muro, un solaio o si ammorsano due angoli, metti inizio alle tre dimensioni, regoli i fili e cali il piombo, batti i livelli e assesti la bolla. Allinei, tiri su e conti le file. Muri odiati dai panorami, muri impossibili all’esibizione, muri nascosti da verdi rampicanti, muri chiazzati di storie ammuffite e storie grattate da dita coltelli e punte. Muri sbriciolati dal vento che sposta ossidi, polvere, argille e storie dei calanchi, sale sudicio e corpi traspirati, sabbie e incisioni della luce di esposizione. Io mi blocco davanti ai muri, affondo il dito e grattando levo la malta che li tiene insieme, li sconnetto poco, togliere poco è sempre meglio che mettere troppo, il resto lo fa il vento che sposta ogni cosa. Il vento ha aperto una breccia, guardo dentro trovando intense e insieme piccole profondità. Il muro è un ordine regolato e ogni mancanza è una possibilità.

Niente di complesso

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Tiranti, puntelli e sostegni intrecciati rilasciano un mapping materico della chiesetta, una sintesi di forze opposte ai collassi; guardare è come un fermo immagine bloccato da decine d’anni. E’ un tasto bloccato che logora e sfibra la materia del costruire senza scambio di vite abitate né di storie narrabili. Chiesa ferma sul suo cedere, pietra lenta nel suo cadere. Hanno puntellato le strade , le vite e le luci. Non si sa e non si vede, eppure in quegli spazi separati accade il passaggio muto tra il giorno e la notte. Residui architettonici tenuti su da tralicci improbabili. Provvisoriamente si estendono i tempi e si allentano gli sforzi della caduta.

Una geometria rituale permane nei segni nei disegni e nelle costruzioni, un senso dell’equilibrio e della sintesi che analizza per assi e diagonali la forma , è solo la spinta composta tra opposti. All’interno invece  lenta si disossa la carne dei mattoni e le parole non pregate. Resta lo spazio disossato: traliccio, puntello e tirante, cerchiatura dell’aria tutta intorno. Sacra Orditura delle forze verticali e delle spinte orizzontali, opposizione ai momenti ribaltanti , camicie strette sulle torsioni. La forza è lì spiegata da un semplice schema: – si comprende, – non è niente di complesso

Trovare l’abito

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Prima di incontrare il progetto capita di incontrare l’esistente. L’esistente non è solo quello che è stato costruito dal nulla e che adesso inciampa nelle altrui volontà e nelle tue attività.

No, l’esistente è spesso un groviglio di fatti, un ingarbuglio di azioni e di reazioni.

A chi capita d’intrufolarsi in luoghi costruiti ma sgrammaticati, capiterà di sbattere con gli strati della polvere annebbianti e il patrimonio olfattivo della storia, tasterà le pietre i muri e le travi improvvisate e affonderà nel manto di sporcizia sul pavimento.

Nel  momento in cui devi capire come andare aventi e capirne il senso, misuri lo spazio delle cose imperfette e vai giù a stendere fettucce graduate a lanciare raggi laser magari incrociandoli con le misure sentimentali fatte dai passi, dai palmi di mano e dalle occhiate sintetiche.

Poi alla fine quando sei tutto immerso nel lercio della storia, nella contorsione degli avvenimenti, negli errori delle cancellature e negli scarabocchi delle costruzioni, hai ammonticchiato foglietti annotati da numeri e decine di riferimenti.

Arriverà il momento delle restituzioni in pulito, di come dare forma disegnata a ciò che hai visto e toccato carnalmente, a quel corpo su cui ti sei disteso, che hai sfiorato e palpato. Misure e misure, angoli e triangoli magici che ti fanno ritrovare le posizioni dei punti.

Una codificata scienza del rilievo riporta a forma l’informe, ed ecco che linee e segmenti schizzano da punti piegati e raggiungono il punto vicino, poi il punto prossimo e poi anche quello distante. S’inseguono da punto a punto e da muro a muro, ogni rimbalzo è una certezza del disegno e una preparazione per il progetto. Alla fine si arriva al disegno di una mappa terrena, nessuna stella polare ma solo muri e misure, incavi e anditi, spigoli e sagome, tracciati e scalini, mancanze e finestre, passaggi e soglie infinite. Una planimetria con tanti triangoli per capire dove sono poste le cose, un groviglio da cui uscirne, un cartamodello di realtà per un mondo nuovo tutto da fare. Ci penso e sono come quei grovigli di linee tracciati su un foglio che guardava mia nonna,  io entravo e dicevo: “Ma che stai facendo?”, e lei: “Niente guardo queste linee, è un cartamodello burda, seguendo queste linee troverò le parti di un abito importante,  le taglierò e poi le cucirò”,  io invece oggi, a chi me lo chiede, rispondo che tra queste  linee che ho tracciato sulla carta troverò le parti di una abitazione, forse perché abitare è solo un posto dove deporre l’abito.

terra a zolle

zolle

Il viaggio contromano nella strada tra la campagna e la città trova spesso zolle abbandonate, c’è terra contro l’orizzonte e il parabrezza inquadra tutto ciò che c’è.

Le zolle sono parti e le parti resistenti mi sono sempre piaciute. Le parti sono quello  che resta  di compatto da un mantello di terra arato, sono anche quel che si contrae per il freddo e per la forza della chimica , per la struttura coesa nei dilavamenti , sono masse di calore e umori, sono quelle parti che non si rassegnano alla loro caduta e alla bellezza della fecondità del coesistere. Sono parti solide di terra che si avvicinano intimorite nei rivolgimenti e restano insieme solo il tempo dello spavento.

C’è un momento in cui la terra a zolle attende un’altra mossa e così può fare tutto, accogliere semi, farsi bastonare dalle vanghe, sollevarsi con il lavoro delle pale, farsi trafiggere da alberi, calpestare dai passi e le braccia di chi la possiede. Può riempirsi di morti e frutti, di fiori e di vermi. La terra a zolle aspetta sempre un’altra mossa ed ha un momento in cui è uguale sia se attende i buchi per gli alberi sia se aspetta i pilastri di una costruzione, tutto quello che accadrà, sarà trattato dal tempo e dalle cure, adesso è uguale, anche se poi sarà un’altra cosa.

Nella vicenda di una zolla può capitare di tutto, avere dentro la vita o avere dentro la materia sterile, chiamare le mani degli uomini o la forza della pioggia, sgretolarsi per disseccamento o per l’accaparramento di minuscoli insetti infaticabili. La zolla è visibile un attimo prima di essere spostata massicciamente dalle ruspe, aperta e fondata da calcoli terreni, la zolla sta esattamente fra le mani e appare solida, poi basta un gesto minimo la premi e la spargi sulla terra in grani e granelli, resta comunque sempre salva una piccola zolla,  ed è come una ricordanza di un’origine.

Occupa Waterfront

occupy wf 1L’Occupazione del Waterfront è un’attività ciclopica , un’attività memoriale di vite e costruzioni.

Sulle linee delle coste urbane avviene di tutto, anche quello che si rilascia lentamente nel tempo. Un rilascio controllato di sostanza e apparenza, un’ immissione forsennata per  una futura sottrazione. Tutto ciò che accade spinge alla saturazione di ogni spazio di libertà.

La densità però è anche un sintomo di convenienza e di tensione della vicinanza, di un corpo a corpo tra le affermazioni e le possibilità.

La spinta da terra è costante, mentre da mare  l’acqua erode e risacca.

Queste pietre artificiali sembrano messe li per un raduno di Ciclopi, un raduno vasto , grande come un territorio, mentre lungo le coste urbane accade di peggio, raduni lillipuziani e accaparramenti molecolari. Le storie d’uso delle parti comuni nelle città , siano queste interne o siano esterne, contengono lunghi racconti ma anche prepotenze, sfide o duelli.

Il racconto territoriale riassume in una sola linea di costa un tratto lungo molti chilometri che procede per rette e segmenti, e poi si insinua in rade e si affaccia in promontori, si sfalda sabbioso in sbocchi incerti di fiumare intubate, si accumula in promontori instabili di varianti infinite di sfrabbricidi . Quel racconto disegnato dalla linea delle cartografie è come un’operazione sanitaria di sterilizzazione dei fattori epidemici. La città che ha tanti corpi, quando fa notte e tutto è scuro, è ricompresa dentro un unico grande corpo, certo collerico ma addormentato nello stesso respiro.  Quel corpo suda e ansima , sogna o grida per gli incubi, si accuccia sotto le certezze e si scopre dai desideri. Ogni parte lontanissima di città sulla costa, è corpo diverso ma anche unico corpo disegnato dal suo contorno di costa, cosicchè anche quando una di queste diverse parti muore, il grande corpo comune continua  a vivere. L’Occupy Waterfront è una partita su dei massi ciclopici e il suo peggior nemico è sempre Nessuno.

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