Riparare

A volte il Mediterraneo è così. Una riparazione. Un riparo. Un luogo da riparare

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il corpo scritto del mare

Chi naviga viaggia, chi viaggia passa, chi passa parla, chi parla cerca, chi cerca trova, chi trova scrive, chi scrive trova un corpo.

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Forme in città

Palazzi, strade, persone, auto, chiome d’albero, navi e ponti di comando. In una città a sorprenderti non sbagli mai.

Cosa ci cavi da queste domande?

imageCosa ci cavi da questa terra senza un filo d’erba? Ci cavo il possibile.
Cosa ci cavi da questo deserto collinare dove non è mai nato neanche un albero?
Ci cavo l’impossibile; prendo materiale, ci cavo povera sabbia, ci
cavo questa collina sfarinata spostata lì nei compluvi dai venti e dal
mare, in lunghissime ere più lunghe degli anni e del tempo delle
storie.
Cosa ci fai con la collina sfarinata? Raccolgo questa farina delle
pietre e ne faccio cumuli setacciati; è come un raccolto ma è un
raccolto definitivo che esaurisce la coltivazione e ricolloca la
collina sfarinata nel calcestruzzo, impastata come pane per affamati
di costruzioni, indurita infine in volumi abitati da altri
vitalissimi organismi umani.
Come lo fai questo raccolto? Arrivo, ci ficco una benna e sposto la
montagna, cambio i piani e le terrazze, decresco le inclinazioni e
riduco le vette. E’ un gioco faticoso che disegna altri paesaggi e
modella sabbia come fosse un corpo morto, immenso e gulliveriano,
svelato dagli uomini e richiesto dalle braccia degli uomini.
Tutte le carezze e gli schiaffi del vento sono arrivate lente come il
tempo delle ere geologiche, adesso l’erosione meccanica procede per
cronoprogrammi, stria, asporta, costruisce un nuovo mondo senza
elevare nulla, il cronoprogramma si fermerà all’esaurimento della
risorsa.
Ho paura di sbagliare e rendere irrimediabile il danno- disse l’uomo
che guidava la benna -, così procedo per parti e lascio mucchietti di
sabbia , un po’ come facevo al mare quando ero piccolo, procedo per
parti e lascio piccole torri di vedetta, una specie di città desertica
punteggiata da alture e sui cui vuoti stendere tappeti e stuoie per
le preghiere umane nei confronti di questa terra trasfigurata.
Ogni cumulo di sabbia è lasciato lì per far credere a me stesso che,
seppure la mia missione è la tabula rasa e alla fine devo azzerare tutto,ho comunque nel frattempo provato a disegnare un mondo.

La città seccata

SAPONE

Corpo bianco di soda, cardato dal sole . In un panetto di sapone ci sta tanto olio di ulivi quante sono le mani fabbricanti, ci sta tanta forza quanta diluizione. Ci sta l’abbandono del profumo sulla pietra rovente, ci sta la capacità di fare le cose prosciugata dalla mancanza di riparo e dai risucchi predatori di soprusi cattivi e ruffiani.

Al sole riappare la storia millenaria delle misture di Aleppo. La superfice cretta è una mappa incisa, una storia incrostata di pulito e di rivoli sporchi andati perduti, di corridoi piagati che hanno inglobato le peggiori infezioni rilasciandole lentamente ad ogni goccia di acqua del cielo e ad ogni tentativo di fare pulizia profonda.

Il sole spacca e apre solchi, asciuga a fondo e ripropone la corteccia degli ulivi originari ,  il sole riappare nei mondi cavernosi e reticolari della materia come se questi fossero le facce delle persone dalla pelle sgranata e dai cuori rallentati, prosciugati nell’anima e nelle risorse.

Il sole è come un bastone appuntito che traccia arabeschi interrotti sulla pasta dura del sapone. Rimorsi e nostalgie  si confondono e precipitano dentro le ferite asciutte, aspettano acque curative che schiumano leggere;  la ricchezza è delle mani che rigirano quel mattone di Marsiglia e distendono manualmente le piaghe;  è una specie di rigenerazione che per farsi aspetta la consunzione. Oggi è uno di quei giorni in cui puoi prendere la tua città tra le mani e rigirarla tra i palmi sotto l’acqua , curarla un po’ con le mani usando  la sua stessa materia originaria, distenderne i solchi e riportandone un odore. La città è un panetto di sapone in un giorno di sole,  con le tracce profonde che lo sezionano da parte a parte,  lasciarlo ancora lì abbandonato è una decisione di chi preferisce mettersi le mani in tasca voltare la faccia e andare.  Prenderlo in mano, sotto l’acqua, passarlo da una mano all’altra mano  è un modo di riattivare l’odore e di ridare un desiderio. Ci potrebbe essere del buon odore in città. Prendi il sapone, serve acqua e servono le mani.