Il vento sposta i muri

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Muri fatti con le mani, muri aperti con gli occhi, muri costruiti dalle parole, girando per le strade della città ventosa tutto si consuma, che siano mani o che siano muri , che siano sguardi o siano voci.

Un muro è la sottile palpebra tra dentro e fuori. La possenza è solo l’apparenza.  Il muro spolvera e si scompone; spolvera ossido ferroso e trascolora l’argilla, la pasta tra i mattoni si incurva e si assottiglia come levata da un dito affondato nella malta.

Levare mattoni e levare parole, aprire varchi e trovare lo spazio percettibile.

Quando si costruisce un muro, un solaio o si ammorsano due angoli, metti inizio alle tre dimensioni, regoli i fili e cali il piombo, batti i livelli e assesti la bolla. Allinei, tiri su e conti le file. Muri odiati dai panorami, muri impossibili all’esibizione, muri nascosti da verdi rampicanti, muri chiazzati di storie ammuffite e storie grattate da dita coltelli e punte. Muri sbriciolati dal vento che sposta ossidi, polvere, argille e storie dei calanchi, sale sudicio e corpi traspirati, sabbie e incisioni della luce di esposizione. Io mi blocco davanti ai muri, affondo il dito e grattando levo la malta che li tiene insieme, li sconnetto poco, togliere poco è sempre meglio che mettere troppo, il resto lo fa il vento che sposta ogni cosa. Il vento ha aperto una breccia, guardo dentro trovando intense e insieme piccole profondità. Il muro è un ordine regolato e ogni mancanza è una possibilità.

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Niente di complesso

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Tiranti, puntelli e sostegni intrecciati rilasciano un mapping materico della chiesetta, una sintesi di forze opposte ai collassi; guardare è come un fermo immagine bloccato da decine d’anni. E’ un tasto bloccato che logora e sfibra la materia del costruire senza scambio di vite abitate né di storie narrabili. Chiesa ferma sul suo cedere, pietra lenta nel suo cadere. Hanno puntellato le strade , le vite e le luci. Non si sa e non si vede, eppure in quegli spazi separati accade il passaggio muto tra il giorno e la notte. Residui architettonici tenuti su da tralicci improbabili. Provvisoriamente si estendono i tempi e si allentano gli sforzi della caduta.

Una geometria rituale permane nei segni nei disegni e nelle costruzioni, un senso dell’equilibrio e della sintesi che analizza per assi e diagonali la forma , è solo la spinta composta tra opposti. All’interno invece  lenta si disossa la carne dei mattoni e le parole non pregate. Resta lo spazio disossato: traliccio, puntello e tirante, cerchiatura dell’aria tutta intorno. Sacra Orditura delle forze verticali e delle spinte orizzontali, opposizione ai momenti ribaltanti , camicie strette sulle torsioni. La forza è lì spiegata da un semplice schema: – si comprende, – non è niente di complesso

Trovare l’abito

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Prima di incontrare il progetto capita di incontrare l’esistente. L’esistente non è solo quello che è stato costruito dal nulla e che adesso inciampa nelle altrui volontà e nelle tue attività.

No, l’esistente è spesso un groviglio di fatti, un ingarbuglio di azioni e di reazioni.

A chi capita d’intrufolarsi in luoghi costruiti ma sgrammaticati, capiterà di sbattere con gli strati della polvere annebbianti e il patrimonio olfattivo della storia, tasterà le pietre i muri e le travi improvvisate e affonderà nel manto di sporcizia sul pavimento.

Nel  momento in cui devi capire come andare aventi e capirne il senso, misuri lo spazio delle cose imperfette e vai giù a stendere fettucce graduate a lanciare raggi laser magari incrociandoli con le misure sentimentali fatte dai passi, dai palmi di mano e dalle occhiate sintetiche.

Poi alla fine quando sei tutto immerso nel lercio della storia, nella contorsione degli avvenimenti, negli errori delle cancellature e negli scarabocchi delle costruzioni, hai ammonticchiato foglietti annotati da numeri e decine di riferimenti.

Arriverà il momento delle restituzioni in pulito, di come dare forma disegnata a ciò che hai visto e toccato carnalmente, a quel corpo su cui ti sei disteso, che hai sfiorato e palpato. Misure e misure, angoli e triangoli magici che ti fanno ritrovare le posizioni dei punti.

Una codificata scienza del rilievo riporta a forma l’informe, ed ecco che linee e segmenti schizzano da punti piegati e raggiungono il punto vicino, poi il punto prossimo e poi anche quello distante. S’inseguono da punto a punto e da muro a muro, ogni rimbalzo è una certezza del disegno e una preparazione per il progetto. Alla fine si arriva al disegno di una mappa terrena, nessuna stella polare ma solo muri e misure, incavi e anditi, spigoli e sagome, tracciati e scalini, mancanze e finestre, passaggi e soglie infinite. Una planimetria con tanti triangoli per capire dove sono poste le cose, un groviglio da cui uscirne, un cartamodello di realtà per un mondo nuovo tutto da fare. Ci penso e sono come quei grovigli di linee tracciati su un foglio che guardava mia nonna,  io entravo e dicevo: “Ma che stai facendo?”, e lei: “Niente guardo queste linee, è un cartamodello burda, seguendo queste linee troverò le parti di un abito importante,  le taglierò e poi le cucirò”,  io invece oggi, a chi me lo chiede, rispondo che tra queste  linee che ho tracciato sulla carta troverò le parti di una abitazione, forse perché abitare è solo un posto dove deporre l’abito.

terra a zolle

zolle

Il viaggio contromano nella strada tra la campagna e la città trova spesso zolle abbandonate, c’è terra contro l’orizzonte e il parabrezza inquadra tutto ciò che c’è.

Le zolle sono parti e le parti resistenti mi sono sempre piaciute. Le parti sono quello  che resta  di compatto da un mantello di terra arato, sono anche quel che si contrae per il freddo e per la forza della chimica , per la struttura coesa nei dilavamenti , sono masse di calore e umori, sono quelle parti che non si rassegnano alla loro caduta e alla bellezza della fecondità del coesistere. Sono parti solide di terra che si avvicinano intimorite nei rivolgimenti e restano insieme solo il tempo dello spavento.

C’è un momento in cui la terra a zolle attende un’altra mossa e così può fare tutto, accogliere semi, farsi bastonare dalle vanghe, sollevarsi con il lavoro delle pale, farsi trafiggere da alberi, calpestare dai passi e le braccia di chi la possiede. Può riempirsi di morti e frutti, di fiori e di vermi. La terra a zolle aspetta sempre un’altra mossa ed ha un momento in cui è uguale sia se attende i buchi per gli alberi sia se aspetta i pilastri di una costruzione, tutto quello che accadrà, sarà trattato dal tempo e dalle cure, adesso è uguale, anche se poi sarà un’altra cosa.

Nella vicenda di una zolla può capitare di tutto, avere dentro la vita o avere dentro la materia sterile, chiamare le mani degli uomini o la forza della pioggia, sgretolarsi per disseccamento o per l’accaparramento di minuscoli insetti infaticabili. La zolla è visibile un attimo prima di essere spostata massicciamente dalle ruspe, aperta e fondata da calcoli terreni, la zolla sta esattamente fra le mani e appare solida, poi basta un gesto minimo la premi e la spargi sulla terra in grani e granelli, resta comunque sempre salva una piccola zolla,  ed è come una ricordanza di un’origine.

Occupa Waterfront

occupy wf 1L’Occupazione del Waterfront è un’attività ciclopica , un’attività memoriale di vite e costruzioni.

Sulle linee delle coste urbane avviene di tutto, anche quello che si rilascia lentamente nel tempo. Un rilascio controllato di sostanza e apparenza, un’ immissione forsennata per  una futura sottrazione. Tutto ciò che accade spinge alla saturazione di ogni spazio di libertà.

La densità però è anche un sintomo di convenienza e di tensione della vicinanza, di un corpo a corpo tra le affermazioni e le possibilità.

La spinta da terra è costante, mentre da mare  l’acqua erode e risacca.

Queste pietre artificiali sembrano messe li per un raduno di Ciclopi, un raduno vasto , grande come un territorio, mentre lungo le coste urbane accade di peggio, raduni lillipuziani e accaparramenti molecolari. Le storie d’uso delle parti comuni nelle città , siano queste interne o siano esterne, contengono lunghi racconti ma anche prepotenze, sfide o duelli.

Il racconto territoriale riassume in una sola linea di costa un tratto lungo molti chilometri che procede per rette e segmenti, e poi si insinua in rade e si affaccia in promontori, si sfalda sabbioso in sbocchi incerti di fiumare intubate, si accumula in promontori instabili di varianti infinite di sfrabbricidi . Quel racconto disegnato dalla linea delle cartografie è come un’operazione sanitaria di sterilizzazione dei fattori epidemici. La città che ha tanti corpi, quando fa notte e tutto è scuro, è ricompresa dentro un unico grande corpo, certo collerico ma addormentato nello stesso respiro.  Quel corpo suda e ansima , sogna o grida per gli incubi, si accuccia sotto le certezze e si scopre dai desideri. Ogni parte lontanissima di città sulla costa, è corpo diverso ma anche unico corpo disegnato dal suo contorno di costa, cosicchè anche quando una di queste diverse parti muore, il grande corpo comune continua  a vivere. L’Occupy Waterfront è una partita su dei massi ciclopici e il suo peggior nemico è sempre Nessuno.

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fermata stazione

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La stazione di un passante è la stazione di un viaggio senza treni, si sposta dalle banchine e cerca il conforto dei muri, scivola sui flessi e sulle curve; la stazione di un motociclista si ferma sotto un riparo pensile, si congeda dalle strade e aspetta il ritorno.

La stazione ha tante vite tante quante quelle che si muovono agli arrivi e alle partenze.Ha la vita veloce e quella lenta, ha la vita delle ferraglie e quella dei suoni muti. La stazione di un viaggiatore ferma il corpo per un momento e attende un altro luogo o un’altra durata, la stazione ha tante porte e tanti passaggi e guarda preferibilmente il suo mondo, ingoia alberi nei posti meno comuni e abbraccia persino gli sconosciuti. La stazione a volte è una stanza piena di cielo, ti tiene protetto dentro ma sei sempre fuori, il marmo è poroso come lo sguardo, chi guarda trova persino un luogo domestico in un passaggio provvisorio. La stazione si è fermata sul suo mondo, arrivano in pochi e chi parte è già andato.

Dall’etere al suolo

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Ingoio case come fossero confetti, quando le ingoio il gusto e il sapore sono un passaggio veloce, sono una traccia dolce, aspra, piena, salata, bruciata, sciapa, anche assente. Le case sono solo il gusto che rimane dopo aver chiuso gli occhi ed esserne andati via.

Quando provi a ricordarne il gusto, ricostruisci lo spazio e la conformazione delle stanze, più ricordi il gusto del confetto più ne vedi i colori, le mancanze e le scrostature. Languore non è ma sola comprensione.

Alcune case si presentano radicalmente, o hanno troppo o non hanno niente, alcune per la loro autarchica relazione con il mondo o per la sovranità di ogni elemento superfluo.

Trovo e perdo stanze d’artista senza nessun artista, stanze di materia senza nessun ricercatore, stanze di racconto senza nessuno scrittore. Queste case o le inghiotto o le perdo.

Una stanza ha un’essenza viva o morta che sia. Si dispone nelle sue parti, sui muri e sui pavimenti, si nasconde dietro le pitture e si scrosta dai soffitti. La stanza è chiusa dalle imposte delle finestre e si affaccia su se stessa, la stanza è radicale perché assume vita solo dai suoi muri e dalle sue fondamenta radici in terra, si mostra dai colori lividi e riallaccia il mondo solo con la TV poggiata a terra con disincanto, muta e oscura da quando il digitale terrestre l’ha portata dall’etere al suolo.

Sembra pepe nell’aria

Le forme autorganizzate nel cielo appaiono nella mia ossessione per le nuvole, poi negli strati di calore che cambiano la luce, nei movimenti e nelle densità del cielo, nei passaggi di chi va e chi viene. Il cielo come in uno  specchio impreciso e fuori fuoco insegue i movimenti delle correnti sotto lo Stretto; sotto o sopra che sia, tutto si muove e trascina gli occhi all’inseguimento delle forme.

Nei tempi di migrazioni si guardano gli stormi d’uccelli sopra lo Stretto, sono tanti e rumorosi, cambia la temperatura e cambia la loro vita. Cambiano le forme occupando spazio e liberandolo. Un minuto di densità e dopo pochi secondi la dispersione. I comportamenti biologici sono strani, illudono gli occhi, cantano qualche nota  e si fanno massa veloce, poi un silenzio sincronizzato e la massa precipita spaccandosi in fronti diversi aprendo nuove strade e ritornando .

Come in una massa di umani visti dall’alto, quei movimenti e comportamenti, quelle decisioni collettive, si basano su semplici regole di coordinazione locale (“auto-organizzazione”) che si estendono poi a tutto il gruppo come in una reazione a catena continua. Individui che agiscono interagendo per piccolisimi numeri e per somiglianza, gruppi di prossimità, di vicinato. Piccole regole e comportamenti che parlano di coesione sociale, quella  che diminuisce all’allontanarsi dalla distanza ottimale, quella per cui i soggetti possono conoscersi e possono essere informati della gioia o della rabbia dei loro vicini. Quante rivolte e quante azioni nel cielo, mossi e compatti sfuggono alle cariche dei predatori concedendo agli umani disegni e forme, masse murarie, volumi voltati, catini di cupole, flessi e foglie d’acanto. Però sono solo forme auto organizzate o come dice la piccola più realista  e poetica del padre – “Sembra pepe nell’aria.”

è come un viaggio

Un video d’agosto è una possibilità delle pause sulle spiagge; è come un viaggio, la sabbia brucia e così registri quello che passa: non è una una luxury ship, non è una bancarella, non è niente di previsto. E’ un incrocio tra la sosta di una “baretta”in processione e una nave dei pirati, è un’idea di viaggio, partita da una costa tunisina o marocchina, è arrivata vicino a me, porta abiti e abitazioni, corpi assenti e corpi presenti, quando solca la terra ha nostalgia del mare e quando non sventola più nessuna pezza la giornata è finita. E’ un viaggio ossessivo e ripetuto come la posta di una Feluca sullo Stretto, il capitano si nascondeva perché sicuramente era clandestino e così passando quella strana imbarcazione appariva come un veliero fantasma.

Nessuna casa è priva di ombre.

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Le ombre sono interposizioni tra i corpi e la terra, superfici labili e mutevoli di breve durata,  entità senza massa e allusioni ambigue di realtà.

Delle cose rincorro l’ombra sui muri del primo mattino ed è come una scrittura orientale sulla casa, un’alba di messaggi lontani e saluti ravvicinati da levante, un’arabesco misterioso che disegna l’ornato botanico degli alberi e di tutti gli intrecci dei rami; la superficie liscia delle cose si piega con le sue regole proiettive e diventa una sovrapposizione misteriosa dei codici genetici delle parole e dei nomi di tutti gli alberi che ci circondano. La sembianza e la certezza si annientano nell’ombra, una mediazione tra foglie e cancelli, tra piume ornitologiche e ferri battuti e ribattuti.

L’ombra è certa come la sua scomparsa, netta come la sua indefinitezza, una mediazione tra ciò che è e ciò che potrebbe sembrare. Le ombre brevi del mezzogiorno riducono il discorso al soggetto e alla sua immediatezza, le ombre del primo mattino hanno già tutta la forma della presenza mescolando soggetto, oggetto e complemento, il discorso è fra se e l’altro, il luogo è il piano della parete che ci protegge e della terra sotto i nostri piedi che ci porta nel mondo stabili e contemporaneamente mobili.

L’ombra ha le sue variazioni relative, e le sue ripetizioni apparenti, ogni mattino un imprevisto puo intreporsi tra i corpi di ieri e la terra di oggi, un passaggio tuo, o anche il mio, una formica, un nuovo muro, un soffio di vento, una tempesta, sovrappongono le parole alle altre parole, la casa come sempre accoglie e da riparo perché nessuna casa è priva di ombre.

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