Maregrosso

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La condizione elementare del corpo edilizio demolito o in corso di demolizione è quella di essere inospitale, di non poter offrire riparo, di non essere piu utilizzabile.

C’è un risultato imprevisto nell’attesa della tabula rasa e nella furia che accelera le demolizioni in quel luogo di Messina chiamato Maregrosso.

Sì, è un capannone banale, sicuramete  degradato e incongruo sul bel paesaggio dello Stetto, ma la furia martellante delle ruspe lo consegna per poche ore in una condizione nuova e impropria. E’ poco prima del collasso, è ferito, è mancante, è un corpo edilizio contraddittorio: rivela la vita della sua internità ma sta per morire.

Potrebbe essere una guerra ma quello spazio anonimo è soprendentemente trafitto dal paesaggio, sfondato dai venti dello Stretto e da quel maregrosso che dà il nome al  quartiere.

E’ un foro esplorativo e rivelatore quanto un buco edilizio di Gordon Matta Clark in cui si rivela non la promessa dell’architettura quanto il suo fallimento; è poetico e cruento come il corpo di Gina Pane oltrepassato e trafitto dalle spine di rosa; un corpo morente è rianimato dal soffio vitale che proviene dall’esterno, è un inizio per chi progetta, è una trans/forma di pochi istanti, ma da lì a poco si azzererà tutto e nessun vento o corrente dello stretto soffierà nella scatola muraria trafitta: sarà solo Maregrosso.

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Gli alberi del φ (phi)

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“..la sola cosa che conta è l’estendersi e il succedersi delle cose sotto il sole, nella loro serenità impassibile..” – diceva Palomar –

Un filare di Pilastri Come Alberi delimita un passaggio inconsapevole fra la strada e il mare. Non c’è nessun compimento costruttivo ma solo una punteggiatura d’attesa.

L’attesa ha una sua propria bellezza, quasi un archetipo: è un’apertura inevitabile allo spazio del divenire. Il ritmo del filare di pilastri non è tettonico, non si raddoppia e non s’intelaia e si configura come una natura che non è organica. E’ una durata fatta di istanti senza durata in cui l’infinito è la sua meta: un infinito che giace sugli assi delle x e dellle z. Non è uno scheletro di costruzione ma solo una porzione smozzicata dell’avventura del suo farsi. È solo una natura autonoma quella del filare costruito, un’alberatura dura, un’azzardo di attesa perché il presente delle cose future è l’attesa ma che adessso si mostra attraverso la vista soltanto come  presente delle cose presenti.

L’alberatura dura ha chiome d’attesa, ha ferri puntati al cielo come delle lance piantate al suolo, alberature che restano lì in assenza di giardinieri che li sappiano coltivare; l’assenza non desidera l’attesa e così tutto continua ad avvenire. Ogni tanto il vento scuote i ferri di diverso diametro e che la tecnica misura con la lettera greca del φ, li fa suonare battenti come corde di uno strumento arcaico e senza la risonanaza dello spazio sapiente dell’accoglienza.

Gli alberi del φ non sono una stasi ma una natura inquieta che puoi rimuovere, continuare o rappresentare, non offrono sicurezza, io li guardo ma non ho nessuna capacità di guardare solo cruda voglia di farlo.

Pesante iblea

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L’industria agricola può essere Pesante come un sudario di plastica, bianca come un telo di polietilene steso sul corpo della terra. Quel paesaggio misteriosamente antico e ricamato dai muri bassi nei campi è vistosamente ricoperto verso le sue marine da strisce impermeabili. Teli stesi per terra come vassoi, poi rigirati e addrizzati in piedi su strutture povere inchiodate alle mani dei cristi che li hanno fatti. Teli rigirati su tetti a capanna con arcarecci improvvisati che si piegano inclinandosi al vento; le serre cuociono e incubano i semi e i germogli. Sono serre per produrre pomodori, ortaggi, melanzane e zucchine in ogni attimo della giornata e per ogni orario continuato dei supermercati, sono frutti no-time, sono inferni cocenti per ingannare i cicli di natura e riempire i frigoriferi di roba colorata lucida e pellicolata. Sono un accaparramento di terra arsa e secca con  trame volumetriche inquietanti come strane opere di Land Art senza autore, sono packaging compulsivi di intere vallate. Tutto impermeabile, tutto coperto, tutto produttivo e tutto reddituale, traslucido e col suono vibrato e fastidioso della plastica al vento.

Il paesaggio è sempre un’azione: lenta o veloce che sia è un procedimento fattivo che ha per inizio la necessità di adattamento degli uomini alla natura, il paesaggio fugge o permane e investe noi che eravamo, che siamo e che diventiamo, un lascito lasciato e promesso, un crudo risveglio che dismette l’industria pesante e non lascia né archeologia industriale né ruderi. L’industria agricola è pesante da quelle parti, e lascia pesanti teli in plastica stracciati , brandelli sfilacciati che vibrano al sole e al vento d’africa e di ponente.

Il paesaggio industriale dismesso ha spesso un fascino inquinato ma costruito dei suoi spazi, il paesaggio industriale delle serre dismesse ha solo l’aspetto malato del cencio di un lebbrosario. Le serre dismesse abbandonano i terreni morti e i cadaveri del tempo florido dello sviluppo. Cadaveri  ricoperti da sudari ormai sbridellati e inquinati da migliaia di pezzetti  di plastica insinuati  nel corpo della terra e nella piaghe dei campi sabbiosi.

Quella terra non ha bisogno di essere arata ma bonificata, quella sabbia va curata. Quella terra rivuole solo il tempo.

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Nessuna casa è priva di ombre.

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Le ombre sono interposizioni tra i corpi e la terra, superfici labili e mutevoli di breve durata,  entità senza massa e allusioni ambigue di realtà.

Delle cose rincorro l’ombra sui muri del primo mattino ed è come una scrittura orientale sulla casa, un’alba di messaggi lontani e saluti ravvicinati da levante, un’arabesco misterioso che disegna l’ornato botanico degli alberi e di tutti gli intrecci dei rami; la superficie liscia delle cose si piega con le sue regole proiettive e diventa una sovrapposizione misteriosa dei codici genetici delle parole e dei nomi di tutti gli alberi che ci circondano. La sembianza e la certezza si annientano nell’ombra, una mediazione tra foglie e cancelli, tra piume ornitologiche e ferri battuti e ribattuti.

L’ombra è certa come la sua scomparsa, netta come la sua indefinitezza, una mediazione tra ciò che è e ciò che potrebbe sembrare. Le ombre brevi del mezzogiorno riducono il discorso al soggetto e alla sua immediatezza, le ombre del primo mattino hanno già tutta la forma della presenza mescolando soggetto, oggetto e complemento, il discorso è fra se e l’altro, il luogo è il piano della parete che ci protegge e della terra sotto i nostri piedi che ci porta nel mondo stabili e contemporaneamente mobili.

L’ombra ha le sue variazioni relative, e le sue ripetizioni apparenti, ogni mattino un imprevisto puo intreporsi tra i corpi di ieri e la terra di oggi, un passaggio tuo, o anche il mio, una formica, un nuovo muro, un soffio di vento, una tempesta, sovrappongono le parole alle altre parole, la casa come sempre accoglie e da riparo perché nessuna casa è priva di ombre.

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