Gli incendi ricordano la guerra. Sono una guerra

“…L’odore della polvere bruciata. L’odore dell’erba, annusata la faccia contro terra spiando la piega del terreno-riparo per il prossimo balzo.” Sergio Solmi

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Terra Bruciata

Oggi 28 ottobre al nostro  Studio in via ghibellina 96/b liberiamo i tavoli, pannelliamo le librerie e Apriamo a tutti per una mostra di fotografie che è un progetto, un incontro visivo e corporeo,  un impegno.

La premessa: “durante il primo pomeriggio dello scorso 9 luglio un violento incendio è scoppiato lungo le pendici del monte San Jachiddu. Le fiamme sono divampate tutta la notte riducendo in cenere buona parte del versante nord del parco ecologico dell’omonimo Forte. Decine di ettari di bosco e macchia mediterranea sono , bruciati, come le piccole strutture ricreative del Parco, mentre le creature selvatiche sono morte o sono state allontanate dalle fiamme. A pochi giorni di distanza il fotografo Gerri Gambino e la filosofa Giusi Venuti hanno percorso quei sentieri (…)”

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La poesia che prese il posto di una montagna.
(Wallace Stevens, “The Poem that Took the Place of a Mountain” The Collected Poems. 1954 )
Ecco, parola per parola,
La poesia che prese il posto di una montagna.
Egli ne inspirava l’ossigeno
Persino quando il libro era rivoltato sulla polvere del suo tavolo.
Gli ricordava di come aveva sentito il bisogno
Di un posto dove seguire una sua direzione,
Di come aveva riordinato i pini,
Spostato le pietre, e di com’era avanzato guardingo fra le nuvole,
Alla ricerca di un panorama appropriato,
Dove sentirsi perfetto in una compiutezza inspiegata:
La roccia ideale dove la sua inesattezza
Gli avrebbe infine dischiuso la vista verso la quale erano protesi,
Dove lui avrebbe potuto coricarsi e, guardando il mare in basso,
Avrebbe saputo riconoscere la sua casa, incomparabile e solitaria.

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La città è una caponata

Cosa accade nelle Piazze e nelle Strade di Messina? Tanti osservatori dal palco dei social media vedono il mondo cittadino intorno, gli usi dello spazio e trillano annunciando nuove forme di urbanità o di oscenità, dichiarando forme di vita in comune o di accaparramento dello spazio, di inciviltà e regressione, vitalità e sviluppo, spasmi scomposti prima della morte civica.

Nelle strade e nelle piazze di Messina accadono occasioni da villaggio, da rione, da piccola e media città mediterranea; avvengono usi e abusi commerciali, si muovono spacciatori culturali e spacciatori di beverage, balli di piazza o milonghe improvvisate e karaoke fastidiosi, Urban Yoga e Street Gym. Ci sono saracinesce che si alzano, mood che si formano e poi si fermano, serate e mesi luccicanti  che in un lampo svaniscono, nella città si muovono in tanti, spesso intrecciandosi per caso o necessità: fighi, bamboccioni, chic, baitti, zalli e mau mau,

Che sia una processione, una movida, una sagra di paese in centro, una notte bianca o un black day, un festival della cultura mediterranea o un panino con la meusa incrociato con il Tajone (ndr. dajuni per gli accademici della crusca messinese), che sia  il pitone e la focaccia, un canto per san’Antonio o una sfilata dei confrati incappucciati, tutto riporta alle declinazioni dell’effetto città. E’ la città bellezza! Quello strano marchingegno instabile creato dall’uomo, adattabile ai luoghi e prodotto dalle società che lo abitano e lo costruiscono. La città è un modello di comunità aggregata nello spazio fisico, nella cultura e nel tempo, sempre in crisi ma sempre in crescita, luogo di contrazione e rilascio di energie, di raffinatezze, astio conflitto e ruvidità.

 La città è una frittola, una scagliozza, una caponata, un paesaggio, un ornato infinito, un saliscendi di colline tempestate di palazzine, punteggiate dai forti e ondulate dalle chiome dei pini; una maglia rigorosa di prove d’autore, di giardini e spazi segreti, di suk maldestri e costruzioni baraccate, di vuoti chiusi a chiave e resi indisponibili. La citta è una risma di fogli trasparenti, su ogni foglio ci stanno tracciati dei segni e degli scarabocchi ma è la sovrapposizione che forse alla fine ricostruisce una figura che poi forse è l’identità precaria o provvisoria che tutti cercano.

Di tutte queste occasioni si può dire di tutto, ma come diceva un vecchio slogan quando la fantasia voleva andare al potere “la bellezza è nelle strade“ poi qualcuno se è bravo la piglia e la raffina, la rende alta, gli dà una forma, la differenzia, la narra e la rende narrabile.

La città di Messina quando avevo 16  anni era un deserto, aveva le feste comandate ma per il resto stagnava. E’ vero che gli anni precedenti erano stati di piombo, che c’era il flusso e il riflusso e l’individuo strutturava il suo nascente edonismo; la Milano da bere avanzava e Messina  beveva e ballava altrove, i più ricchi ballavano facendo la spola su  Taormina e Catania, gli altri se proprio non resistevano in casa restavano dentro piazze semideserte con nessun bar  aperto aldilà dei soliti quattro.

Questi ultimi 15/20 anni sono stati un cocktail lungo quanto le riviere, la città è più vispa impoverita e più consumista, la cultura fa fatica come sempre ma mostra piccoli fermenti diffusi o anche solo ribolliture, le culture stanno nel tempo e nello spazio ma non si può sempre ricordare che a piazza Cairoli c’era la gloriosa libreria Ospe, i tavolini del caffè Irrera o che gli anni sessanta erano “fantastici”, perché tutto quello terminò già quando io ero poco più bambino.

Le capannine fumanti di arrosti e fritture di cibo, ficcate temporaneamente sotto gli alberi di piazza Cairoli hanno fatto esultare o incazzare dividendo promotori cittadini e detrattori.  Certo si possono fare meglio o migliorare ma alla fine hanno un tempo provvisorio.

Le città non sono solo le osservazioni di Goethe e le sindromi di Stendhal ma puzzano anche, scambiano merci odori e cibi, lo fanno negli spazi o edifici specialistici ma anche nelle strade e delle piazze.

Messina per la sua storia accelerata dal sisma fu rifatta su principi igienisti e modelli ingegneristici, tracciata e pensata a tavolino venne offerta alla vita di sfilacciate comunità di abitanti sopravvissuti e immigrati dal circondario e dell’area dello Stretto.

Le teorie urbane, la pianificazione del tempo, l’urgenza della ricostruzione cercarono di comporre una città in cui le piazze centrali si specializzavano tipologicamente secondo alcuni dei repertori delle piazze italiane.   Infatti, la storia italiana indica con tutta evidenza l’importanza della piazza quale centro vitale della città, una specie di palcoscenico dell’identità e del senso di appartenenza di una comunità, che permette la manifestazione quotidiana della collettività e del potere cittadino. La piazza italiana, nel repertorio storico dunque, si propone come un’inesauribile rappresentazione della vita en plein air, una messa in scena “teatrale” concepita per accogliere la folla delle feste, dei mercati, delle celebrazioni religiose.

I tre modelli consueti della tradizione italiana sono la piazza della cattedrale, la piazza civica, la piazza del mercato. Nelle stratificazioni urbane progressive sono  spesso intrecciate e si sovrappongono. Da queste premesse, e dalle innumerevoli variazioni che vengono a generarsi a seconda delle diverse situazioni culturali, geografiche, storiche, sono nati i sistemi di piazze, tipici dei centri italiani, in cui l’intersecarsi di ruoli e funzioni ha dato vita a “combinazioni” di spazi urbani originali e differenziati. A Messina la nascita contemporanea della nuova città pianificata non diede lo spazio e il tempo della combinazione. Il luogo combinatorio per eccellenza di funzioni, classi sociali, attività del lavoro e del potere economico cosi come dell’immagine cioè il porto e la sua palazzata diventarono altro. Il mercato della pescheria in metallo posizionato sulle banchine del porto e riproposto anche dopo il terremoto venne definitivamente sbaraccato ed espulso dalla città dopo essere stato centrato dalle bombe del 1943. Per tutto il dopoguerra, i gloriosi anni sessanta e poi gli anni settanta ottanta e novanta,  sono le attività canoniche dello scambio e dei mercati che come denti cariati vengono estratti dal corpo della città, dismessi o demoliti quelli rionali degli anni trenta, “sanificate” le strade mercato intorno a villa Dante o quelle del mercato di San Paolino su via Santa Cecilia; espulsi i mercati, le attività collaterali delle botteghe promiscue non decollano anzi non trovano nuove identità. Programmaticamente secondo un banale prontuario igienista tutti i mercati tematici, quotidiani o periodici saranno posizionati ai margini urbani non diventando né motori della riqualificazione delle periferie disperate, né stimolatori  per il cuore stanco del centro città.  Nel frattempo nuovi modelli economici e tipologici spostavano i flussi commerciali nei Mall center extra urbani in salsa locale.

A volte l’igienismo senza pensiero uccide i luoghi e l’economia, costruendo immagini senza corpo.

Nella storia le fiere e i mercati nacquero dall’aggregazione di venditori ambulanti che, a scadenze prefissate del calendario civile o religioso, si riunivano per offrire i loro prodotti. È l’aggregazione sociale e commerciale che mette in relazione dinamiche urbane e prove di convivenza, è il disporsi delle attività nello spazio che narra la specificità delle città. L’espulsione delle forme organizzate di mercato genera altre forme di accaparramento individuale di marciapiedi angoli di strada e luoghi visibili per le attività di scambio. Già perchè il cibo di strada, “veristicamente popolare”, quando è nelle strade e non in rassegna ordinata o informalmente contrattata, spesso prende spazi, ingloba semafori e interi marciapiedi, sposta l’economia sulla forza o prepotenza individuale e di uso esclusivo dello spazio. Invece di sviare il discorso, sono le strade, le piazze e gli spazi urbani i beni comuni materiali a cui sovrapporre prove di comunità e di usi non esclusivi,  ciclici, innovativi ma anche transitoriamente banali.maschere-topolino-815x420