atlante del triangolismo

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Disegnerò Alcune tra le 100 sicilie ma non troverò mai la mia

 

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L’Herpes delle Caronìe

specialecaronia21 Combustioni di case e di cose; Caronìa di calura, vampe nella vita comune; umili tavoli e mobili rappresi in un lampo tv. La cosa bruciante è che non si capisce o si capisce a tratti, si vedono gli effetti e non le cause. Ecco un po’ di periferie dei litorali della provincia del sud; ecco un po’ di storie comuni combuste dall’eccezione. Tutte le immagini che si vedono raccontano le deformazioni accese dai fuochi improvvisi che guizzano nelle case, si rincorrono nelle camere, inseguono le cose e terrorizzano le persone. Tante combustioni dell’arte contemporanea hanno costruito l’estetica caustica delle avanguardie, superfici e plastiche, crateri in cui precipita la tranquillità del tatto e della vista, poi giù scivola persino l’olfatto sfondato dalla miscela acre di tutte le reazioni chimiche e fisiche delle cose bruciate. Non sono le arti delle forme barocche della plastica e del cellophane bruciati da Burri a riempire lo spazio desolato di fantasie terribili oscure, qui nel paesino dimenticato prossimo alle Caronìe brucia la vita modesta di cucine e casette in palazzina. Brucia l’esistente e nessuno risponde o sa pronunciare una teoria  con certezza. Adesso c’è un sospetto piromane che si sarebbe fatto gioco del mondo, per altri restano misteriosi sospetti ed esperimenti militari, per altri diavolerie o incredibili scie chimiche. Brucia l’esistente e le case si abbandonano come in una città ammalata di herpes, fuochi di sant’Antonio virali attaccano una sparuta accozzaglia di case, in un posto più lontano di Twin Peaks. l43-asta-111118181143_big

Cosa ci cavi da queste domande?

imageCosa ci cavi da questa terra senza un filo d’erba? Ci cavo il possibile.
Cosa ci cavi da questo deserto collinare dove non è mai nato neanche un albero?
Ci cavo l’impossibile; prendo materiale, ci cavo povera sabbia, ci
cavo questa collina sfarinata spostata lì nei compluvi dai venti e dal
mare, in lunghissime ere più lunghe degli anni e del tempo delle
storie.
Cosa ci fai con la collina sfarinata? Raccolgo questa farina delle
pietre e ne faccio cumuli setacciati; è come un raccolto ma è un
raccolto definitivo che esaurisce la coltivazione e ricolloca la
collina sfarinata nel calcestruzzo, impastata come pane per affamati
di costruzioni, indurita infine in volumi abitati da altri
vitalissimi organismi umani.
Come lo fai questo raccolto? Arrivo, ci ficco una benna e sposto la
montagna, cambio i piani e le terrazze, decresco le inclinazioni e
riduco le vette. E’ un gioco faticoso che disegna altri paesaggi e
modella sabbia come fosse un corpo morto, immenso e gulliveriano,
svelato dagli uomini e richiesto dalle braccia degli uomini.
Tutte le carezze e gli schiaffi del vento sono arrivate lente come il
tempo delle ere geologiche, adesso l’erosione meccanica procede per
cronoprogrammi, stria, asporta, costruisce un nuovo mondo senza
elevare nulla, il cronoprogramma si fermerà all’esaurimento della
risorsa.
Ho paura di sbagliare e rendere irrimediabile il danno- disse l’uomo
che guidava la benna -, così procedo per parti e lascio mucchietti di
sabbia , un po’ come facevo al mare quando ero piccolo, procedo per
parti e lascio piccole torri di vedetta, una specie di città desertica
punteggiata da alture e sui cui vuoti stendere tappeti e stuoie per
le preghiere umane nei confronti di questa terra trasfigurata.
Ogni cumulo di sabbia è lasciato lì per far credere a me stesso che,
seppure la mia missione è la tabula rasa e alla fine devo azzerare tutto,ho comunque nel frattempo provato a disegnare un mondo.

a fondamento

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A ogni passaggio veloce in macchina guardavo e pensavo cosa generasse quella materia, le pietre ordinate e la roccia spaccata si sovrapponevano. Si confondevano il tempo e il risultato.

Il muro era il derivato della roccia o la roccia l’astrazione del discorso ordinato dalle pietre? Muro sottotitolo dell’energia della roccia o forse la roccia la tesi provata della verità di tutte quelle pietre tagliate e murate?

La trasformazione di una roccia richiede tanto rumore, botte da orbi, schegge , esplosioni, fratture, mazze, picconi, violenza e forza di braccia. La costruzione di un muro richiede: preparazione, fatica , esattezza, pulizia. Guardare la stessa materia in due stadi è come affidarsi a un dizionario enciclopedico, si trovano le ragioni della natura e quelle dell’artificio: tutto ha una spiegazione. Vedere la materia di corsa, con lo sguardo mosso dalla velocità, è una prova del pensiero, del vedere e del suo legame con l’idea. Una specie di misurata felicità.

Farsi un’idea del mondo attraverso una comparazione non è una presunzione ma una specie di riduzione ai minimi termini di tanti discorsi . Corro via dicendo che tutta la materia deriva da un ordine o forse anche da un altro ordine.

Touch City

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Grandi, eccessive, sovrabbondanti e brulicanti: sono le navi da crociera.

Arrivano in porto e stanno poco, solo il tempo veloce del Touch City, liberano corpi variegati e vacanzieri: gente dal passo veloce o dal passo incerto, vecchie, giovani e bambine con i loro vecchi, le loro giovani e le loro bambine. Toccano la città poche ore e poi scappano per toccarne e collezionarne delle altre.

Il porto di questa città è dentro la città, così quando arrivano le navi da crociera le senti presenti di tutto il loro carico urbanistico temporaneo: peso, corpo, densità e affollamento. Le navi alte escono fuori dai tetti, incombono e sovrastano la palazzata sul porto, murano i cannocchiali delle strade perpendicolari al mare, rimisurano i volumi costruiti; i fumaioli, le luminarie e gli otto volanti dei ponti superiori riconfigurano lo skyline urbano; improvvisamente le terrazze dei palazzi sul porto sembrano sopraelevati dai luna park dei crocieristi.

La mattina quando mi fiondo da casa correndo in discesa ripida sulla via santagostino miro al mare, mi appaiono improvvise partiture di nuove finestre mai viste, seriali linee e quadratini in campo bianco, ponti e vetrate; tra distrazione e assopimento mi chiedo cosa c’è di diverso oggi in città? Poi ricordo e rammento che li c’era il mare, il porto, la punta estrema della falce che abbraccia la città e la stele bianca con la madonna benedicente, per oggi c’è un nuovo palazzo è mobile e schiaccia la prospettiva.

Mi sono sempre immedesimato nell’affaccio degli abitanti dei palazzi-città e in quello dei degli abitanti dei palazzi-crociera, gli uni disturbati dall’invadenza momentanea di sconosciuti che si ficcano coi loro sguardi nelle camere, entrano nelle intimità del vivere privato murando la bella vista verso il mare; gli abitanti di città per pudore tirano le tende e coprono i letti sfatti- gli altri affacciati sui ponti, avvicinandosi alla città si ritrovano dentro le sgangherate terrazze dimesse, tra variegate tettoie e casupole in alluminio, loro si sporgono e sembrano toccare con mano il bucato steso e i serbatoi in polietilene, si ritrovano con i gomiti poggiati sulle scorie in eternit degli sgabuzzini e accolti dalle serali padelle delle antenne satellitarie.

La Touch city vive di sguardi fugaci, sveltine e desideri. Corpi che entrano, consumano e fuggono. Un ricordo spesso solo digitale è condiviso sul social network e spostato nel mondo senza tempo e senza luogo. È passata la giornata, il suono lungo della sirena indica che la nave lascia il porto, la nave va e lascia Touch City.

la soglia ha i suoi custodi

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Chi passa da qua?

Passa tu e passa vento, passo io e passa luce, passa lei e passa tempo.

La soglia ha i suoi custodi, è fatta di tanti nomi: greci, latini, divini, paurosi e angelici. Sulla soglia timida si fermano il giorno e la notte delle cementine, quelle dei pavimenti dai decori con scacchi, fiori, losanghe e cornici; rimani in bilico guardando un mondo di qua e un mondo  di là. Quei pavimenti si stendono come  dei tappeti dove inseguire i passi.

Sulle soglie t’immagini  tante storie dedicate ad una scelta o ad un obbligo.

Sulle soglie ci puoi persino stare per sempre, rimanendo indeciso;

vedi il fiore e la cornice che rilascia una luce intinta di rosso carminio e che  sfuma sul muro,

 o di grigio livido che specchia le ombre;

 o antracite cerato che fa scivolare gli sguardi;

o rosso mattone sbiadiato che  riquadra i balli e le coppie;

Le stelle  e  le rose  dei venti orientano   il tuo passo.

Il passaggio nella porta risuona di nocche che bussano e cigola  con i cardini,

lì ci ho trovato un po’ di nonne e bisnonne, presenze di soglia,

rapide o statuarie e spesso di guardia;

più donne che uomini, più vecchie che giovani.

Gli uomini che ci sostavano lo facevano in uno degli stati limiti dell’esistenza: una nascita, una morte, una malattia;

oppure con una valigia pronti per partire per una guerra o per un lavoro.

La soglia ha i suoi custodi divini e terreni, è un posto dove le cose cominciano a venire in presenza, poi qualcuno apre le finestre provocando correnti e spostamenti; volano via le cose custodite e restano soli i custodi.

Il Palco reale

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E’ un Palco reale affacciato sull’acqua salata e impantanata tra le conche di terra in riva allo Stretto, è un palco per tutte le storie che si ammollano tra le rive umide. Reali sono quelli che lì coltivano l’acqua riproducendo ancora molluschi. Reale la Vista e reale la sciattezza, reale il tronetto spostato dalla camera  dismessa, reale l’ingombro edilizio coltivato e riprodotto tutt’intorno.

Reali noi che ci passiamo, reali i vecchi possidenti enfiteuti dissolti nella fanghiglia , reali gli aironi e le albanelle che sostano sulle rotte di viaggio, reale il liquame, reale la vista sontuosa su palme oleandri e lentischi.

Realmente bello è quel palco nato per le conversazioni e le piccole opere quotidiane, una bellezza amara specchiata nell’acqua liscia del tramonto o nella luce vaporosa di alcuni giorni caldi di riviera.

Il tronetto preso dal mobilio buono di casa è come una traccia d’importanza e disinteresse, un luogo domestico e accampato, un lavoro ritagliato tra le cose di casa, improvvisato nello spazio e nel tempo perduto negli ultimi 300 anni di povere attività familiari; i “cocciolari”chi sono? Sono quelli scalzi con i piedi nell’acqua, quelli che grattano il fondo e muovono le vongolette, le allevano, le recintano, quelli che  pure dai marittimi sono reputati  primitivi.  Quei laghetti li ricordo pieni di paletti conficcati con dei  “coltivatori” emersi  al centro dei bacini che misteriosamente camminavano sulle acque e come zappatori d’acqua raschiavano il fondo, poi da palo a palo stendevano i libani per far arrampicare anche gli altri frutti d’acqua e far scolare i grappoli neri delle cozze. Dal palco Reale si vedono pochi “pergolari”, poche di quelle tracce e lavorazioni quasi agricole che si mescolano stranianti alle barche a tinte accese della marina. Sono rimasti in pochi i pescatori-contadini dai piedi inzuppati, quelli che facevano azioni lente e pavide distillate nel tempo stanco, mentre salutavano fratelli o cugini cacciatori di mare che a 50 metri di sabbia da loro lanciavano le feluche per cacciare infilzando con le fiocine i pescispada. Famiglie di cacciatori e contadini che possedevano e lavoravano come terra quel mare, a volte si ritrovano nel Palco reale sulla riva, nascosti dalle canne palustri: saranno diventati qualcos’altro o nient’altro che uno sguardo su quello che c’era, nel frattempo si vedono e conversano lì , ogni tanto.

 

Catastazioni

imageCi sono stanze che contengono storie complicate, intrecci di fatti e persone, vita di vivi, passaggi di denaro, grida e lacrime, risa, sogni e cattiverie. Quando si entra in certi archivi si può trovare ammucchiata dentro i faldoni la vita degli altri, come carte numerate ma mischiate. Le cose appartenute e possedute prendono strane vie fuoriuscendo dai registri. Terreni e case guadagnano l’anarchia e ti chiedi come potresti ricatastare tutti quei potenziali sentimenti umani. Nomi e legami, matrimoni e vedovanze, passaggi ed eredità, figli,nuore,cognati,cugini,nonni,zie,padri e madri, servi e padroni, affaristi e disperati; mappe di terreni e di cuori, di paesi, montagne e di confini su cui si è giocata tutta la fortuna e tutta la memoria.  Luoghi con Geometria nominale , triangolata dai misuratori di terre e raccontata di padre in figlio, buttata sui patti di tante generazioni ed esposta nelle doti di matrimonio. Entrare in un archivio scombinato è come disordinare le certezze, dare fiato per pochi attimi a nuove arti combinatorie; un guazzabuglio di numeri nomi e mappe che evade da un grande inventario, tassonomie fiscali erose dai parassiti della carta e dalle incurie umane, mappe di mappe, posizioni di case e particelle scivolate dai fascicoli, un mondo cartaceo che si decompone e si libera mentre resta fisso in occhi e racconti di famiglia. Le greggi intanto attraversano e si abbeverano precipitando nei calanchi, i boschi ombreggiano i limiti sempre chiari dei nemici, mentre il fuoco estivo ne frastaglia e brucia il corpo naturale. Catastare le terre e le case è un esercizio del fisco, mentre per  catastare le storie e i sentimenti delle cose umane occorre un infinito e appropriato approccio fisico. Scivolo via dall’archivio improbante mentre il vento sposta la tua casa sul terreno del re e il suo castello proprio accanto alla tua “gebbia”

Cancello

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La porta è già un elemento complice del muro, la finestra è la fuga dal silenzio buio della stanza, il gradino è il salto breve della terra. Un cancello invece che fa? Ferma i passi e sconfigge le corse dei bambini, ride dei tuoi sguardi gettati oltre la soglia, aspetta le parole e si fa stringere dalle mani chiuse. Ho seguito delle storie fino alle soglie di quei cancelli. Un pudore mi fa pensare che quello che c’è oltre vive perché è lontano. Ne ho fotografati tanti, qualche volta misurati e disegnati; insinuandomi in regole originarie fatte di pochi centimetri e in ossidi attraversanti e profondi. Questo è uno dismesso, raddoppiato e intrecciato nei suoi arabeschi . Lance e raggi di sole ribaltati e  duplicati appaiono come un intreccio di dita, il verde divora il vuoto delle aste e i rami fanno l’imbastitura di questo fermarsi . La mia posizione dinanzi la cancello è ambivalente sto dentro e guardo chi passa , sto fuori e seguo le storie. Le foglie brillano verdi sul ruvido colore della ruggine, il sole stimola l’esuberanza dell’erba di muro e anche della materia che si impiglia tra le barre di ferro, poi infine dei tuoi occhi che aspettano il passaggio delle mie dita.

La città seccata

SAPONE

Corpo bianco di soda, cardato dal sole . In un panetto di sapone ci sta tanto olio di ulivi quante sono le mani fabbricanti, ci sta tanta forza quanta diluizione. Ci sta l’abbandono del profumo sulla pietra rovente, ci sta la capacità di fare le cose prosciugata dalla mancanza di riparo e dai risucchi predatori di soprusi cattivi e ruffiani.

Al sole riappare la storia millenaria delle misture di Aleppo. La superfice cretta è una mappa incisa, una storia incrostata di pulito e di rivoli sporchi andati perduti, di corridoi piagati che hanno inglobato le peggiori infezioni rilasciandole lentamente ad ogni goccia di acqua del cielo e ad ogni tentativo di fare pulizia profonda.

Il sole spacca e apre solchi, asciuga a fondo e ripropone la corteccia degli ulivi originari ,  il sole riappare nei mondi cavernosi e reticolari della materia come se questi fossero le facce delle persone dalla pelle sgranata e dai cuori rallentati, prosciugati nell’anima e nelle risorse.

Il sole è come un bastone appuntito che traccia arabeschi interrotti sulla pasta dura del sapone. Rimorsi e nostalgie  si confondono e precipitano dentro le ferite asciutte, aspettano acque curative che schiumano leggere;  la ricchezza è delle mani che rigirano quel mattone di Marsiglia e distendono manualmente le piaghe;  è una specie di rigenerazione che per farsi aspetta la consunzione. Oggi è uno di quei giorni in cui puoi prendere la tua città tra le mani e rigirarla tra i palmi sotto l’acqua , curarla un po’ con le mani usando  la sua stessa materia originaria, distenderne i solchi e riportandone un odore. La città è un panetto di sapone in un giorno di sole,  con le tracce profonde che lo sezionano da parte a parte,  lasciarlo ancora lì abbandonato è una decisione di chi preferisce mettersi le mani in tasca voltare la faccia e andare.  Prenderlo in mano, sotto l’acqua, passarlo da una mano all’altra mano  è un modo di riattivare l’odore e di ridare un desiderio. Ci potrebbe essere del buon odore in città. Prendi il sapone, serve acqua e servono le mani.