Le torri di Messina: appunti per uno skyline sgangherato

Il funzionario lo caccio con una pedata! – No, è bravo ed ha agito correttamente!

Alza la torre, dimezza la torre, pompa la cubatura, sgonfia la cubatura. Le frasi in libertà dell’assessore regionale Sgarbi fanno capire che spesso le parole sono più veloci del pensiero o per lo meno della conoscenza di quel coacervo di norme, leggi e proroghe di leggi che fanno di questa regione Sicilia il solito laboratorio di azzardi, contraddizioni e cattivi risultati in materia urbana e paesaggistica. Non basta dire, occorre mettere insieme i pezzi di vicende collegate alla frammentazione di interessi e di provvedimenti, perizie, sentenze o inerzie.

Le ruspe, i martelli demolitori, il processo edilizio e il ciclo del costruire hanno sempre fatto questo e anche cose ben più gravi, la storia dell’architettura è piena di demolizioni, spoliazioni di monumenti, riuso di pezzi, incorporazioni di facciate, chiusura di intercolumni, frenetiche trasformazioni. La demolizione appartiene indissolubilmente al ciclo del costruire, poi possiamo scegliere se farla, come farla o per altri ragionamenti perché vietarla.

Ma se nel caso emblematico delle case Avignone di via Cesare Battisti un reiterato quanto lunghissimo abbandono,  sottrazione, asportazione, mutilazione di parti e pezzi, ha prodotto uno straordinario caso di una demolizione programmata nel tempo, una ruderizzazione che sembra studiata a tavolino, una rottamazione del territorio che appare oggi per iperbole imposta dalla polvere di sterro,  mentre in effetti si prolunga da anni nel tacito accordo tra le parti pubbliche e private e tra interessi emergenti o sotterranei.

In questa vicenda, aldilà dell’ultimo atto estremo, quello che dirada il costruito intorno,  sconnette le ultime labili connessioni di murature tra l’elemento di rappresentazione della facciata antica e gli spezzoni di corpo retrostante, si può dire che è l’effetto ultimo  di un progetto di demolizione lungo 30 anni. Adesso appare “il rudere del rudere” e potrà emergere ancora più forte il valore quasi reliquiale di quella facciata tenuta su dai puntelli fin dal 1992 e che sarà reimmessa nel circuito del futuro intervento  come pannello  di un parcheggio, o forse come frammento narrativo di una sempre più diffusa estetica da sicilian outlet village.

 

Tutto si può fare e tutto potrebbe diventare grande tema di architettura urbana, ma come facciamo quest’architettura urbana se l’unica spinta a fare torri è la sommatoria di cubature sfilacciate incrementate di bonus. Per essere politicamente corretti  si usano i termini più accettabili quali rigenerazione urbanainvece della più prosaica e schietta sostituzione edilizia,  sostenibilità ambientale  invece di convenienza economica. Poi per mestare i discorsi e legittimare ambientalmente le torri alla sans façon si dice che producono la riduzione del consumo di suolo, operazione che nei comparti edilizi fortemente strutturati significa produrre casuali slabbrature generate non tanto per migliorare la qualità dello spazio ma per stabilire nuovi residui.

Insomma se l’anastilosi sarà il metodo per tenere la reliquia Avignone e “sgarbi a parte”  si cercherà di capire in maniera meno assertiva e banale quale tipologia di intervento collocare in quello spazio, resta il tema di fondo che se Messina vuole legittimamente immaginare delle tipologie a torre che lo faccia, trovi un senso alle torri nell’equilibrio dei pesi di disegno urbano o in aree di massima densificazione,  perché ormai siamo adulti e ce lo possiamo dire senza spacciare fake news da specifiche posizioni professionali, questo futuribile skyline ad minchiam, diradato a macchia non lo fanno manco a Dubai.skyline-marabello-840x420-1

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